La bellezza è potere. E a Roma, prima che in altre “corti” europee, lo si comprese bene. Non è un caso, infatti, se Papa Paolo III si rese promotore di una tra le più celebri e importanti collezioni d’arte del Rinascimento. Un’operazione mastodontica che i visitatori della mostra: “I Farnese nella Roma del Cinquecento. Origini e fortuna di una Collezione” potranno visitare, eccezionalmente ricostituita, a Villa Caffarelli, fino al 18 maggio 2025.
Una raccolta di opere e reperti archeologici grande in molti sensi, che si dipana attraverso 12 sale presso i Musei Capitolini di Roma, con la “benedizione” del Marco Aurelio, padrone di casa (assieme alla Lupa), dall’esedra adiacente.
Quasi 150 opere e tutti capolavori assoluti: dipinti, bronzi, disegni, sculture, gemme, monete, preziosi manoscritti e manufatti di pregio, che concorrono a narrare di uno splendore “dinastico” ricercato, frutto di scelte raffinate, nel suo momento di massimo splendore (dai primi decenni del XVI secolo all’inizio del XVII), ora provenienti da istituzioni nazionali e internazionali.
Iniziata da Alessandro Farnese e arricchita dai nipoti (Alessandro, Ottavio, Ranuccio e Odoardo), la Collezione di famiglia era uno strumento che, oltre a palesarne il potere e rafforzarne il Pontificato, permise loro di porsi come ideatori di una “nuova” Roma, riportando in vita la maestosità del passato. L’occasione capitolina, infatti, ricostruisce anche una parte dell’avvincente scena sociale e politica coeva. Questo insieme straordinario “assisté” alla trasformazione urbanistica di Roma, promossa proprio da Papa Paolo III dopo il tragico Sacco di Roma del 1527: il grandioso rinnovamento di piazza del Campidoglio affidato a Michelangelo, con la collocazione della statua equestre del Marco Aurelio (prima, in piazza del Laterano), ne è un esempio. Nel loro palazzo in Campo de’ Fiori (oggi sede dell’Ambasciata di Francia), il costituirsi di un nucleo di opere così eccezionale fece chiaramente emergere la vocazione di “casa” Farnese: quella museale. Cosa che avvenne anche grazie a Fulvio Orsini, umanista ed antiquario, che si dedicò totalmente alla sua valorizzazione: ne fu conservatore erudito, bibliotecario (tanto da farne un imprescindibile centro di studio e conservazione di manoscritti antichi, codici e opere letterarie) e iconografo.
Certo, non per ultimo, la mostra costituisce anche un modo per rimettere insieme meraviglie dai maggiori musei italiani: dal MANN e dal Museo di Capodimonte di Napoli soprattutto, e, tra i prestatori internazionali, dalla Morgan Library di New York, attuale proprietaria del “Libro d’Ore”, superbo esempio di Miniaturismo.
Lungo il percorso, dichiaratamente allestito come quello originario, alcuni degli spazi ritenuti simbolicamente più interessanti: il grande Cortile, dove campeggiavano i Colossi dalle Terme di Caracalla, come quell’ “Ercole” e il “Toro” poi, entrambi (ri)battezzati “Farnese” (il primo, copia dall’originale bronzeo di Lisippo del IV secolo a.C., era una delle sculture antiche più studiate); la Galleria dei Carracci (con numerosi disegni preparatori); la Sala dei Filosofi; le Stanze dei dipinti sacri e quella dei Ritratti e il Camerino del Gran Cardinale (dal gruppo del “Pan e Daphni” a “Ganimede con l’Aquila”, di età imperiale, alla “Madonna del Divino Amore” di Raffaello e il “Ritratto di Papa Paolo III” di Tiziano). Senza dimenticare quello dedicato al rapporto con Orsini, la cui morte decreterà anche la fine del periodo più prestigioso della Collezione Farnese. È il 1600, ed è anche l’anno che chiude l’arco cronologico della mostra. Eppure, nel “Testamento del Gran Cardinale Alessandro” si affermava esplicitamente che la Collezione, inalienabile, dovesse restare a Roma… Ci torna solo oggi, assieme per un’altra volta, anche se non per sempre.
A cura di Claudio Parisi Presicce e di Chiara Rabbi Bernard, l’evento rientra tra quelli di punta dell’anno giubilare organizzati dalla Sovrintendenza romana, nella fattispecie, nell’intervento “#Amanotesa” (PNRR CAPUT MUNDI), finalizzato a favorire l’inclusione sociale attraverso l’incremento dell’offerta culturale.
“Incanto e sapere sono tasselli della nostra identità e vogliamo che tutti possano godere della straordinaria bellezza di Roma, magari anche con un servizio di mezzi pubblici gratuiti, il più possibile capillare”, ha spiegato il neo assessore alla Cultura, Massimiliano Smeriglio. Promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è organizzata da Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con Civita Mostre e Musei.
Info: www.museiincomuneroma.it; www.museicapitolini.org; www.zetema.it




















