Dall’agibilità politica all’agibilità retributiva, più lavoro ai Castelli Romani

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lavoro
Cerco e offro lavoro
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Cerco e offro lavoro

Mentre l’Italia è sequestrata per discutere quello strano sarchiapone battezzato dai prelati pennaioli e “microfonari” sotto il nome di “agibilità politica”, noi proviamo a far discutere chi vorrà dell’agibilità retributiva, o meglio di lavoro: se c’è, dove c’è, se si cerca, chi lo cerca e soprattutto come si cerca. Non guardiamo all’universo mondo ma ci limitiamo a riflettere sulla situazione dei nostri Castelli Romani, che infondo non è dissimile da tutto il resto. In primo luogo ci preme sottolineare una sostanziale questione semantica senza la cui comprenzione difficilmente si capirebbe lo status quo. In Italia non c’è solo una questione lavoro ma una questione retributiva. Infatti non mancano le opportunità di lavoro, ma sta vertiginosamente deprimendosi la qualità, per non dire la quantità, delle retribuzioni, che ai lavori dovrebbero essere strettissimamente correlate. Quanti lavorano senza essere pagati? Quanti sono i sottopagati? Questa questione emergerà con sempre maggiore gravità fin tanto che non si prenderanno provvedimenti davvero radicali in materia di regolamentazione dei rapporti di lavoro. Gli attuali numeri dei disoccupati, anche nei nostri territori, non sfuggono ad una mancanza di un serio sistema d’incontro tra domanda e offerta, tra competenze e progetti. L’iniziativa privata e l’imprenditorialità, come accade sempre in Italia, sono valori malvisti da una burocrazia tutta tesa a mortificare il coraggio e la fantasia, tendendo a premiare il nepotismo, il clientelismo e un malcelato familismo ammantato di protezionismo paternalista. I giovani possono anche tentare l’avventura personale, ma alla fine se vogliono restare dove sono nati per costruirsi la propria vita sono educati, dai genitori in primis, alla ricerca della raccomandazione più che dell’idea, e molti di loro, diciamocelo, non fanno nulla per ribaltare questo concetto, ricercando la propria strada esclusivamente tramite la spintarella. Costoro però non debbono essere il termometro della situazione, ne tantomeno il modello su cui plasmare una politica per l’occupazione che rilanci lo sviluppo. Il lavoro per costoro non mancherà mai e, per quanto si lamentino, ne troveranno in tempi rapidi uno, buono per sostentarsi e magari per vivere una serena vita da insoddisfatti, da scaricare ovviamente sulla loro futura famiglia. Le istituzioni, il mondo dei produttori invece si dovrebbe concentrare su quella che è una netta minoranza di persone che, non solo non ha “santi in paradiso”, ma che neppure mai ne cerca uno, semplicemente perchè crede nel merito, nelle proprie capacità, e in un valore sempre più astratto ed impalpabile al giorno d’oggi, quale la giustizia. Un detto popolare soleva dire che “c’è chi cerca lavoro pregando Dio di non trovarlo”, ecco costoro vanno semplicemente ignorati. Questo preambolo potrebbe assumere le sembianze del pistolotto moralista ma è soltanto la fotografia della realtà, di una realtà che tutto appiattisce e che fa nascondere dietro problemi reali persone che di problemi ne creano senza averne. il ragionamento assume più valore perchè facciamo riferimento ad una realtà di provincia, ristretta e ancora assai legata a piccoli potentati impegnatissimi in quella che è la loro privatissima lotta per la sopravvivenza. Ecco allora che si concepisce l’ente locale, il politico, l’amico (concetto scivoloso quanto impalpabile), come l’ufficio di collocamento. Ecco allora le file alle porte degli assessorati, le richieste di sussidio, su cui sarebbe interessante indagare la reale motivazione, il voto di scambio tramutato, vista l’impotenza della politica, in semplice promessa di scambio o presa in giro senza scambio. Qualche anima bella da noi interrogata sul perchè questo andazzo italiota sia immutabile ci ha detto che il comune è l’ufficio di collocamento perchè un vero ufficio di collocamento funzionante non esiste. Noi pensiamo che anche con una macchina burocratica perfetta il vizietto molti Italiani lo manterrebbero comunque, tuttavia un fondo di verità in quell’assunto esiste. Esiste a tal punto che è vera la condizione di sostanziale inutilità degli odierni uffici di collocamento, pubblici o privati che siano. Essi sono molti, scollegati, spesso sconosciuti e sostanzialmente incapaci di dare risposte all’altezza dei numeri cui sono chiamati a far fronte. Davvero allora si pensa di affrontare un problema così vasto con un centro per l’impiego in ogni comune, che magari non parla con quello del municipio vicino? Perchè non pensare dunque ad un Centro di formazione e impiego dei Castelli Romani? Un luogo che accentri e metta in rete domanda e offerta con un criterio coerente con le esigenze del territorio? Non si pensi alla riproposizione dei carrozzoni pubblici buoni solo per sistemare parenti e amanti, ma ad un luogo gestito dalle imprese, anche multinazionali, magari ce ne fossero volenterose di affacciarsi da queste parti, che in prima persona parlino con i loro potenziali collaboratori. Un luogo gestito dalle università e dalle scuole superiori, in cui le scuole siano fisicamente presenti. Un luogo che non sia solo il deposito di curriculum in giacenza, ma un punto attivo e unico a cui rivolgersi. Se è vero come sarà vero che entro i prossimi dieci anni gli attuali comuni conteranno più o meno come il due di briscola, soppiantati dall’imminente area metropolitana romana, concetto a cui noi da sempre contrapponiamo la Città dei Castelli Romani, è altrettanto urgente la rimodulazione diversamente dimensionata di tutti quei servizi oggi comunali che domani dovranno essere forzatamente rivolti a tutti gli odierni 17 comuni di bacino. Servizi più efficenti, snelli, parametrati al territorio e rispondenti alle esigenze delle persone, solo così si recupererà l’agibilità lavorativa e retributiva dei cittadini, oggi impegnati a discutere di altre e assai meno nobili e comprensibili agibilità.

Andrea Titti