Fino al 21 settembre 2025, Palazzo Bonaparte accoglie gli scatti più iconici di Elliott Erwitt. E lo fa seguendo un progetto da lui stesso ideato (e portato a compimento dalla curatrice, Biba Giacchetti, con l’assistenza tecnica di Gabriele Accornero), che nell’ironia – ricercata – ha il suo leitmotiv.
A Roma, un viaggio tra le immagini che più di altre si sono impresse nella memoria collettiva del Novecento, al di là di quelle scattate a Marilyn, a Marlene Dietrich, al Che, o a Jackie Kennedy al funerale del marito, assassinato a Dallas.
Della fotografia un maestro, Erwitt, “mediamente” apolide dalla nascita (nacque a Parigi da una famiglia di emigrati russi; passò i suoi primi anni in Italia; a 10 anni, si trasferì in Francia e da qui negli Stati Uniti, nel 1939, prima a New York e, due anni dopo, a Los Angeles) è uno dei nomi più importanti della fotografia contemporanea, soprattutto perchè ha saputo trasformato il quotidiano in qualcosa che fa sorridere e riflettere assieme, senza lesinare mai suoi scatti privati e autobiografici.
“Elliott Erwitt. Icons” (questo il nome della mostra), attraverso oltre 80 opere, racconta il suo stile inconfondibile, visto che, nessuno come lui – novello Balzac -, ha saputo catturare le diverse sfumature della Comedie humaine, con una leggerezza che non le sminuisce, ma, addirittura le amplifica, complice una grazia senza tempo.
Un evento capitolino che narra anche di una lunga e brillante carriera, costellata di fatti e di successi, di più d’una moglie e di uno sguardo sul mondo mai banale. Erwitt: testimone delle piccole e grandi assurdità della vita. Le sue immagini, i libri, i reportage, le illustrazioni e le campagne pubblicitarie hanno attraversato i decenni, apparendo su testate internazionali e influenzando generazioni di fotografi, coevi e non. Membro, dal 1953, della storica agenzia Magnum (di cui fu, per tre volte, direttore) il suo pensiero si sintetizza in queste parole: “Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla”, che è poi la poetica con cui ha filtrato la realtà, cogliendone principalmente gli aspetti tragicomici.
Nel Palazzo in piazza Venezia, la mostra è un percorso sintetico (ma completo) della sua genialità che, dalle grandi star del cinema, si sposta sui cani antropomorfi; dai potenti della Terra, agli autoritratti e ai bambini, effigiati con incisività e empatia, senza tralasciare organizzazione e progettualità. Niente nel suo lavoro è casuale, anche quando si accosta ai cuccioli, di cui apprezzava l’atteggiamento irriverente, libero e svincolato dalle regole che condizionano gli esseri umani. Molte foto, infatti, appaiono pensate dal loro “punto di vista” (per questo, dei padroni si intravedono giusto le scarpe…) e sono buffe, ma sempre naturali.
Non è una mostra per “addetti ai lavori”, perché Erwitt è stato sì un narratore visivo, ma ha parlato un linguaggio universale, invitando gli spettatori a guardare il mondo con indulgenza, con uno sguardo acuto, ma leggero.
“Elliott Erwitt. Icons”, è prodotta e organizzata da Arthemisia, con Orion57 e Bridgeconsultingpro. Main partner, la Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale con Fondazione Cultura e Arte e Poema.
Info: www.arthemisia.it; www.mostrepalazzobonaparte.it


















