Funerali a Roma, Vittorio Casamonica si a Piergiorgio Welby no, perché?

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Il carro funebre di Vittorio Casamonica davanti alla Chiesa Don Bosco di Roma zona Tuscolano (foto tratta da www.roma.repubblica.it)
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Il carro funebre di Vittorio Casamonica davanti alla Chiesa Don Bosco di Roma zona Tuscolano (foto tratta da www.roma.repubblica.it)

La vicenda da qualche ora è sulla bocca di tutti in Italia e nel mondo: il funerale di Vittorio Casamonica ha fatto scalpore, scandalo. Sui social network, anche da parte mia sia chiaro, è un florilegio di commenti, battute, dissensi e toni da scandalo ultimativi.

Tutto giusto, tutto onestamente inaccettabile, lungi da noi l’idea di avallare anche solo per gusto di essere bastian contrari quale siamo, lo spettacolo surreale – non parliamo di funerale suvvia un po’ di rispetto – andato in scena

nella chiesa di Don Bosco a Roma in zona Tuscolano.

L’ipocrisia, però, no non è accettabile, così come il funerale show di Vittorio Casamonica.

Prendiamo il comunicato che come tutti gli organi di stampa accreditati abbiamo ricevuto dalla Questura di Roma che riportiamo integralmente:

“ROMA. QUESTURA: FUNERALI DI VITTORIO CASAMONICA.

 In merito al funerale di Vittorio Casamonica, esponente dell’omonima famiglia la Questura precisa che nessuna notizia relativa allo svolgimento dell’evento era stata comunicata.

Il defunto, morto nelle prime ore del 19 agosto u.s., dopo una malattia di circa un anno, risulta ai margini degli ambienti criminali, come confermato dalle recenti attività investigative nel corso delle quali lo stesso non è mai emerso.

Il primo intervento effettuato sul posto risulta essere alle ore 11.00 circa di questa mattina per motivi di viabilità.

Per quanto concerne il sorvolo ed il lancio di petali nell’area, sono in atto accertamenti con l’ENAC.

Allo stato, tuttavia, risulta noleggiato un velivolo commerciale di una società privata in via di individuazione che, per ordinarie modalità di sorvolo in un area non interessata a restrizioni di sicurezza, non necessita di autorizzazioni”.

La Polizia di Stato giustamente fa il suo mestiere, ma mi si consentirà l’ironia questa storia non può finire così.

Non può finire con l’idea che tutto sia giustificabile, per tutto ci sia una giustificazione: insomma che quanto accaduto fosse inevitabile.

No, neanche Don Giancarlo Manieri, colui che ha materialmente celebrato la funzione religiosa, può affermare alla stampa “Non ho visto cosa succedeva fuori”.

Così come il sindaco Marino, il prefetto Gabrielli e il questore D’Angelo non posso trincerarsi dietro regole, autorizzazioni, opportunità politica e impossibilità di proibire una funzione religiosa.

Nessuno discute l’autorità di un sindaco, di un prefetto e di un questore, men che meno noi. Come non è in discussione il lavoro della polizia, del corpo dei Vigili Urbani di Roma e delle forze dell’ordine in generale.

Certo resta per noi inspiegabile come un elicottero possa svolazzare liberamente tra i monumenti romani, senza autorizzazione, neanche fosse pilotato dal Mago di Segrate.

Roma è una capitale e moralmente lo è non solo del nostro Paese.

E’ una città patrimonio di tutti, degli italiani e non solo.

E’ stata la culla di una civiltà quella romana, che ha conquistato e guidato il mondo conosciuto tanti secoli fa.

Roma Capitale è un simbolo prima di essere una città ed una capitale.

E parlando di simboli (in giornate in cui siamo bombardati da casi come quello del piccolo Achille a Milano, ma anche dell’abuso di sostanze stupefacenti nel Salento come nel resto d’Italia di adolescenti incoscienti o – volendo essere benevoli poco attenti) come non ricordare che alla chiesa di Don Bosco anni fa (eravamo nel 2006 precisamente il 24 dicembre) non fu possibile celebrare il funerale di Piergiorgio Welby, come ha ben ricordato all’agenzia Agi la sua vedova Mina.

Non voglio strumentalizzare una morte – che riconosco rimane una ferita aperta nel rapporto con la Chiesa cattolica, ma anche per chiunque pensi che la carità cristiana debba andare oltre i dogmi e le regole stereotipate, rispettando veramente davvero il messaggio universale di Gesù Cristo – come quella di Welby, ma è stridente pensare che per Vittorio Casamonica il funerale si e per Piergiorgio Welby il funerale no (volendo citare, mi perdonerete l’ironia Giandomenico Fracchia, personaggio mirabilmente interpretato da Paolo Villaggio).

Il senso del pudore dovrebbe imporre una presa di coscienza generale, delle autorità come delle persone che sono di Roma e/o vivono a Roma.

Quelle persone che hanno affollato la chiesa vicino via Tuscolana e diciamocelo chiaramente non tutti erano nomadi o parenti vicini o lontani di Vittorio Casamonica.

La corruzione anche morale che pervade Roma è intollerabile vedi gli scandali grandi e piccoli che la opprimono da tempo.

Non è questione di nuove elezioni comunali, di vecchi e nuovi presidenti della conferenza episcopale italiana (ogni riferimento a Camillo Ruini, colui che negò le esequie religiose a Piergiorgio Welby è puramente voluto) di dettami, leggi e regole per le forze dell’ordine, o della loro capacità di far rispettare la legge.

E’ una questione di ipocrisia e di decenza:

valori calpestati dal funerale di Vittorio Casamonica, ma non solo.

E’ ora di svegliarsi, è ora di recuperare quel senso della decenza perduto.

A Roma, come sul lavoro e nella vita personale di ognuno di noi.

Mi è molto cara l’avversione al quel professionismo dell’antimafia che ha infestato la lotta alle cosche mafiose tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ma mi è ancora più cara l’immagine dei funerali del povero Giovanni Falcone. Allora i palermitani assaltarono letteralmente i politici e autorità assortite nella cattedrale di Palermo… e non solo loro, fu un moto di ribellione probabilmente insensato non nel merito, ma nel metodo.

Dovremmo recuperare quell’indignazione che diede uno slancio alla fine di un rapporto malato tra settori deviati dello Stato e la e Mafia, che non ci restituì due servitori dello stato come Falcone e Borsellino (morto poco meno di due mesi dopo), ma ridiede a Palermo e al sud – mi si perdoni l’iperbole – il coraggio di andare oltre anni di connivenza e di sguardi girati dall’altra parte.

Lo dobbiamo tornando a Roma, alla Città Eterna, ma anche a noi stessi.

 

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