Il Covid ci fa ripensare l’Università

Il Professor Luca Andreassi in zona mista accende i riflettori sulle prospettive e sulle lacune del sistema universitario italiano post Covid

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All’alba dei miei quasi 49 anni realizzo di averne passati 30 all’interno dell’Università. Prima studente, poi dottorando, quindi assegnista di ricerca, poi ricercatore e infine, oggi professore. In trent’anni pensavo di averne viste tante. Mi mancava il COVID.

La scuola non è ripartita. E non si sa bene quando e come ripartirà. Persi dietro all’appassionante discussione tra il Ministro Azzolina e Salvini su quale sia l’ortografia corretta della parola “plexiglass”.

Ma almeno è diventato un argomento al centro della discussione mediatica. Non ancora, concretamente, della politica, ma almeno se ne parla.

L’Università è proprio lasciata a se stessa. In un dimenticatoio in cui è sprofondata, in parte trascinata dall’associazione con la scuola, in parte dalla convinzione che, avendo a che fare con studenti maggiorenni, quindi adulti responsabili di se stessi, tutto sia più semplice.

Abbiamo retto botta, è vero. Ma solo temporaneamente.

L’Università, lo abbiamo già detto altre volte, è tanta altra roba oltre le lezioni. È confronto, dialogo, mani sporche di grasso nei laboratori, ricerca bibliografica in biblioteca. È ricerca di quella scintilla che ti fa individuare i talenti.

Il vero problema è che il COVID non ha aggredito un soggetto sano. Se volessimo usare un modo di dire che abbiamo imparato ad utilizzare in queste settimane, diremmo che il paziente ha delle patologie pregresse. E, se non saremo capaci di curalo subito, potrebbe fare una drammatica fine che non ci possiamo permettere.

Patologie pregresse, dicevamo.

Fra i 37 Paesi dell’OCSE l’Italia è stabilmente all’ultimo posto per la percentuale di spesa pubblica riservata all’istruzione. Più di noi, spendono…tutti. Rispetto al 2009, per esempio, i finanziamenti all’Università sono passati da 7 miliardi a 5.5 miliardi.
Questi numeri, non il COVID, sono la spiegazione di perché siamo agli ultimi posti tra i Paesi dell’OCSE per grado di istruzione dei nostri giovani.
Il 19.7% dei giovani tra 16 e 29 anni ed il 26.4% degli adulti tra 30 e 54 anni hanno minime capacità di lettura. Il 29.8 % degli adulti ha nessuna competenza matematica.
Un terzo della nostra popolazione non ha strumenti adeguati a distinguere una notizia vera da una falsa.

Ultimo, ma non ultimo, il paziente accusa una “precarietà” cronica. Sono i precari che reggono l’Università. Sono i precari che mandano avanti la ricerca.
È incredibile che un Paese in costante recessione economica, da prima del COVID, non abbia capito che l’investimento più redditizio sia nella scuola e nell’Università. Al fine di costruire una società competente, preparata, che riesca a competere con gli altri.

Ma forse non è neanche questo il punto centrale. Perché è proprio il sistema che potrebbe essere ripensato, modernizzato, efficientato. A quel punto anche i soldi, che non ci sono direte voi, diventerebbero un elemento fondante ma non l’unico.
Perché è proprio quando i soldi non ci sono che è fondamentale spenderli bene. Senza sprechi.

Il COVID 19 rappresenta questa occasione. È paradossale ma è così. Vivremo un drammatico calo di immatricolazioni ed un picco di abbandoni. La sacrosanta riduzione delle tasse annunciata dal Ministro per contenere questi due fenomeni potrà essere solo temporanea ed i suoi effetti svaniranno rapidamente.
Serve una cura complessiva. Occorre prendere coscienza del problema. Serve la volontà chiara di ripensare l’Università.

L’ho detto all’inizio. Sto rapidamente avvicinandomi ai 50 anni e, invecchiando, ripensare a quando ero giovane mi fa vedere le cose migliori di quelle che erano effettivamente.

Certo, però, che i miei allievi più brillanti sono sparsi per l’Europa. Mi hanno lasciato, insieme naturalmente al loro ricordo ed alla stima che ho per loro, tanta amarezza. L’amarezza di un docente che di fronte al talento manifesto non sia stato in grado di proporre un’alternativa universitaria alle offerte di lavoro aziendali. Il cruccio di non essere stato in grado di proporre loro l’opportunità data a me di rinunciare ad una carriera aziendale per crescere professionalmente (e far crescere) nell’Università.

Se il luogo dove si fa scienza e ricerca e dove si formano le migliori menti del nostro Paese non è, per queste menti, attrattivo, se la docenza universitaria, per me il lavoro più bello del mondo, non viene preso in considerazione per le draconiane regole che ne regolano l’accesso e per il grado di indeterminazione assoluto ed indipendente dai meriti, vuol dire che stiamo sbagliano qualcosa.

E se l’Università non va bene, difficilmente tutto andrà bene.

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