La riscoperta dell’identità laziale

Uomini si diventa, coronando sogni da bambini

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alessioromagnoli

È difficile trovare le parole per descrivere l’emozione quanto accaduto ieri. Inizierò nel day after dai fatti, potendo testimoniare dalla splendida cornice fornita grazie al mio abbonamento: gran parapiglia nello spazio del portiere spezzino, un paio di palloni alti finché uno finisce lontano, fuori dall’area di rigore, di controbalzo sul sinistro di un giocatore della Lazio. GOL!

Stupiti ed esultanti per la prodezza ci si chiede chi fosse l’artefice di quel capolavoro. Luis Alberto? Reduce da un altro gioiello (contro l’Inter); il Sergente Milinkovic? Ciro Immobile il capitano??

Eppure mi accorgo subito che c’è qualcosa di strano in quell’esultanza: il bomber corre veloce, ma qualcuno celere quanto lui gli è vicino come ad abbracciarlo. Un braccio morbido si posa sulla sua spalla, qualcosa di troppo “umano”, caloroso, ricco di pathos per esser la rete di un attaccante, abituato al vezzo del gol. Quasi ad accompagnarlo verso qualcuno…pensavo fra me e me “Vuoi vedere che…”

E così fu: era Alessio Romagnoli, mentre l’uomo che gioiva assieme a lui era nientepopodimeno che Danilo Cataldi. Due tifosi laziali. Il secondo portava il primo sotto la Curva Nord: benedizione d’amore, simbolo di fedeltà. Alessio Bacia la maglia e lo stadio esplode!

Perché dietro questo piccolo gesto di un 27enne di Anzio si cela qualcosa di straordinario? Perché il ragazzo ha tirato un calcio a tutto ciò che il pallone è diventato: professionismo allo stato puro. Il calcio ha messo da parte negli ultimi anni i sentimenti che costituivano la base della sua popolarità, amore e rispetto in primis, ma soprattutto identità. Ecco allora che, un calciatore che si dimezza lo stipendio passando dal blasonatissimo AC Milan alla SS Lazio già ci fa ammiccare un sorriso, uno di quelli dolci, accoglienti e benevoli: Alessio Romagnoli è tornato a casa.

Ha realizzato il suo sogno, segnare per la Lazio, giocando nella Lazio, baciare la maglia di fronte a uno Stadio Olimpico maestoso nel giorno in cui viene commemorato il centenario di Maestrelli e a lui intitolata e rinominata la Curva Sud, quella dei cugini giallorossi (che smacco!).

Alessio ha gli occhi lucidi nell’intervista post partita. Li abbiamo avuti anche noi. Ogni ragazzo, ogni bambino si è immedesimato in lui ieri pomeriggio. Per la prima volta serpeggiava un senso di appartenenza che mancava da tempo: perché per quanto Acerbi fosse coinvolto nelle dinamiche laziali restava pur sempre un lombardo. Ciro è il nostro capitano, ma è campano. Amiamo Milinkovic, ma viene dall’alta Serbia. Questa volta la musica era diversa. C’era qualcosa che sentivamo NOSTRO.

Non siamo abituati a questo: mentre sull’altra sponda del Tevere vi è sempre stata una tradizione iconica di romani (purosangue e non) alla guida della Roma; la Lazio non vedeva un simbolo di zona da oltre 20 anni. Quel simbolo si chiamava Alessandro Nesta, vestiva la 13. Oggi si chiama Alessio Romagnoli e ne ha raccolto l’eredità, facendoci riscoprire in una calda ottobrata romana, come cantava Aldo Donati <<Quant’è bello esse laziali>>.