Li hanno chiamati anni di piombo, una tesi per riflettere sulla gioventù

Piermarco Silvestroni ci offre spunti di riflessione sul rapporto tra giovani e impegno politico, partendo dalla sua tesi di laurea incentrata sugli anni di piombo fino ai giorni nostri

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Piermarco Silvestroni

Come è cambiato l’interesse e l’impegno delle giovani generazioni verso la politica? Una domanda che risulta sempre più retorica, a cui negli anni si è provato a dare mille risposte diverse, forse nessuna del tutto esaustiva nel definire un rapporto, quello tra istituzioni e giovani, in crisi profonda. Tuttavia ci sono spunti non troppo approfonditi, che vedono l’interesse dei ragazzi e delle ragazze, nell’indagare un passato, spesso non conosciuto, o raccontato con la lente della faziosità, in cui l’impegno dei giovani in politica era totalizzante, assoluto, fino all’estremo del rischiare la vita, propria e degli altri, per esso.

Una occasione per rifletterci ci arriva dalla tesi di laurea discussa poche settimane fa da Pier Marco Silvestroni, 24 enne di Albano, con un presente da militante politico ed un futuro tutto da scrivere.

“Ho ottenuto la laurea magistrale in giurisprudenza presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. Risultato da me tanto ambito e su cui ho focalizzato le mie energie durante questi cinque anni appena trascorsi. La tesi, che ho posto a conclusione di questo percorso, ha i caratteri dell’originalità e dell’innovazione se inserita all’interno del contesto della Pontificia Lateranense, nel quale è consuetudine portare alla discussione, tesi di diritto classico come “il concepito nel diritto romano”.

Su cosa invece ti sei focalizzato?

“La materia da me scelta invece è stata la criminologia, il titolo della tesi “Li hanno chiamati anni di piombo”.

Un tema tanto insolito quanto impegnativo: quale obiettivo ti sei posto col tuo lavoro?

“Il lavoro si pone l’obiettivo di ricercare, attraverso il metodo scientifico criminologico, le motivazioni psicologiche o meno che hanno spinto dei comuni ragazzi, studenti o giovani lavoratori, a passare dalla comune militanza politica a destra o a sinistra, all’impugnare una pistola, commettere omicidi, fabbricare ed innescare ordigni esplosivi, in poche parole: “alla lotta armata. Per farlo è stato necessario, come in tutti gli studi di criminologia, partire definendo il contesto di sviluppo del fenomeno criminale, periodo storico, società, ambienti urbani di riferimento, condizioni economiche e sociali. Una volta inquadrato il “vivaio” in cui nacquero e si svilupparono queste cellule terroristiche di matrice ideologica rivoluzionaria, la criminologia si serve di altre scienze quali sociologia o nel mio caso psicologia per dare risposte ai singoli comportamenti criminali. Infine, di grande supporto alla ricerca sono state le testimonianze di chi quegli anni li ha vissuti. Parlo dell’On. Paola Frassinetti di Fdi, negli anni 70 responsabile del settore cultura del Fronte della Gioventù e Daniele Repetto, giornalista e scrittore nonché a quel tempo giovane militante a sinistra, ai quali vanno i miei più sentiti ringraziamenti. Ad entrambi ho sottoposto un’intervista da me prodotta per trovare conferme o meno rispetto alle elaborazioni tratte dalla criminologia sui metodi d’affiliazione e radicalizzazione dei gruppi armati”.

Durante la tua ricerca cosa ti ha maggiormente colpito?

“Ciò che mi ha colpito durante lo studio è la difficoltà se non l’impossibilità di andare a tracciare il profilo tipo di un terrorista di quel periodo.  Parliamo di ragazzi normali, studenti che non si distinguevano per sesso, classe sociale, livello d’istruzione, cultura. Soggetti quindi facilmente confondibili nella massa, per questo nemici ostici dello Stato che era chiamato a tutelare la società. Ridotta è anche la distanza che differenziava il terrorismo a destra e il terrorismo a sinistra. L’obiettivo comune alle due fazioni era quello di destabilizzare e rovesciare il sistema politico del periodo che vedeva il “partito stato” e cioè la DC di Moro come centro gravitazionale attorno al quale ruotava tutto l’universo politico del periodo. Gli strumenti messi in atto per sovvertire l’ordine democratico son più o meno gli stessi, attacchi nei confronti di magistrati o soggetti politici rappresentanti il “sistema”, stragi volte a instillare la paura nella popolazione e la sfiducia nei confronti dello Stato”.

In questo ce’rano differenze tra i due opposti estremismi di destra e di sinistra?

”Una volta eliminato il sistema per la sinistra si passa alla costruzione dello stato comunista e per la destra l’idea era quella di indirizzare nuovamente il paese verso una svolta più autoritaria”.

Hai tratto un messaggio complessivo dalla tua ricerca, che magari vorresti trasferire anche ai tuoi coetanei?

“Estraniandomi dalla ricerca di carattere accademico: il messaggio che ho tratto e che rivolgo alle generazioni militanti di oggi è quello della militanza nel rispetto dell’idea altrui, per farlo bisogna tener ben presente e al di sopra di tutto il nostro bagaglio ideologico, il diritto alla vita riconosciuto e tutelato dalla nostra Costituzione, in maniera implicita negli art.2, 27 e 32.

Un messaggio che sono consapevole di rivolgere a qui pochi ragazzi che ancora oggi CREDONO, hanno idee e si dedicano alla passione della politica”.

Esistono secondo te nella società di oggi i rischi di una nuova radicalizzazione ideologica nelle giovani generazioni?

“La stragrande maggioranza della gioventù, sulla base della mia umile esperienza, purtroppo oggi vive nel disvalore. Tale condizione da un lato fa si che i giovani, basando la loro esistenza solo su apparenza e consumismo, siano molto lontani dalla lotta per un’idea, dall’altro i rari soggetti che hanno difficoltà ad integrarsi nella società moderna, potrebbero trovare conforto interiore nella radicalizzazione: esempio a sostegno di tale tesi sono i giovani immigrati di seconda generazione che vivono il fortissimo contrasto tra ambiente familiare profondamente religioso ed ideologizzato, e il mondo occidentale esterno povero ormai di qualsiasi riferimento valoriale. Questo è il “movente” che purtroppo può farli approdare all’affiliazione al terrorismo religioso di matrice islamica”.

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Piermarco Silvestroni
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