La mancata qualificazione degli Azzurri ai Mondiali di Quatar2022, venuta, inoltre, dopo la precedente delusione dell’edizione 2018, ha aperto una necessaria riflessione nel mondo del calcio italiano sulla incapacità del sistema di generare nuovi talenti in grado di riportare un movimento, da sempre considerato ai vertici del football mondiale, ai livelli che storia e tradizione gli hanno assegnato dal 1930, data del primo “Mundial” di Montevideo, ad oggi.
E, naturalmente, il primo aspetto preso in considerazione riguarda il luogo dove i talenti cominciano ad essere riconosciuti e formati. Negli anni la Scuola Calcio ha preso progressivamente il posto della strada, delle piazze di paese e degli oratori, luoghi deputati, e chi conta parecchie primavere come il sottoscritto se lo ricorda bene, al gioco del pallone da sempre e da dove sono scaturiti autentici fenomeni come Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Gigi Riva, E per arrivare ai Baggio, Del Piero o agli altri Campioni che ci hanno permesso nel tempo di conquistare ben quattro allori e altre due finali mondiali.
Il potenziamento delle Scuole Calcio passa anche nel coinvolgimento di figure professionali “nuove” in grado di mettere tutti i protagonisti in grado di offrire il meglio di sé stessi. Una di queste figure, che oggi viene considerata “strategica”, è quella dello psicologo dello sport.
Ne abbiamo parlato con Luca Palazzoli, psicologo dello sport, presente nell’Atletica Leggera, con la società dell’Acquacetosa, nel calcio a cinque con la Scuola Calcio Elite dell’Albano e consulente della Federazione Italiana Giuoco Calcio nel Centro Federale di San Basilio a Roma.
Prima di tutto, che cosa è, in sintesi, una “Scuola Calcio”?
“Lo dice il nome stesso. Un luogo dove si formano e si educano i bambini e i ragazzi che si avvicinano a quello che considero lo sport più bello del mondo. Soprattutto l’aspetto educativo è quello che negli anni passati è stato messo da parte e che dobbiamo assolutamente recuperare per togliere spazio alla violenza che, sempre più spesso, si manifesta intorno ai campi di calcio e che, nei fatti, è un freno allo sviluppo e alla partecipazione di tante ragazze e tanti ragazzi che potrebbero, invece, essere i protagonisti del prossimo futuro.”
E come è nato il tuo percorso all’interno dell’Albano calcio a 5?
“Il progetto ha avuto inizio grazie ad una carissima amica e collega, Nicoletta Massa, che aveva iniziato la collaborazione con l’Albano e che mi ha proposto alla dirigenza del club quando, per impegni professionali, ha dovuto terminare questa sua esperienza. Con la dirigenza dell’Albano è immediatamente nato un ottimo feeling e una identità di vedute e di obiettivi da raggiungere e, già da settembre, ho assicurato la mia presenza costante agli allenamenti e agli incontri di formazione con dirigenti e tecnici. “
Luca, qual è la funzione dello Psicologo all’interno di una Scuola Calcio?
“E’, secondo me, la risposta ad una esigenza fondamentale, quella di trasformare l’Allenatore, inteso in senso tradizionale, in un vero e proprio educatore, in grado di parlare e comprendere il linguaggio dei bambini di tutte le fasce di età e di relazionarsi nel modo migliore per trasmettere sia i valori tecnici che i valori morali e, soprattutto, quella passione e quell’amore per il calcio che sono alla base di ogni successo sportivo. La nostra funzione, quindi, è quella di aiutare i tecnici ad appropriarsi di quegli strumenti indispensabili, nella società odierna, per comunicare in modo corretto e efficace, valorizzandoli sia come tecnici che come persone. Siamo, in definitiva, dei veri e propri facilitatori.”
E come si realizza, nella pratica, il tuo intervento?
“Innanzitutto, partendo dalla condivisione. Condividere informazioni, problematiche, ma anche momenti di confronto, interagendo sia con i singoli allenatori delle varie categorie che con tutto il gruppo dei tecnici, creando situazioni che partono dall’ascolto per arrivare alla ricerca di soluzioni educative efficaci e condivise. Per raggiungere questi obiettivi si adottano strumenti specifici della psicologia dello sport, come l’osservazione in campo, la compilazione di griglie e di schede di profili prestazionali. Strumenti che aiutano l’allenatore ad acquisire consapevolezza delle sue azioni, e poter agire sulle problematiche e le criticità che inevitabilmente si presentano durante la stagione, migliorando il linguaggio che usano in campo, valorizzando i propri punti di forza e individuando gli aspetti su cui lavorare per migliorare le proprie performance di tecnico e educatore.”
Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel tuo operato quotidiano?
“Il problema, in Italia, è principalmente, anche nel 2022, quello culturale. La figura dello psicologo viene spesso associata a quella di una figura che viene per risolvere problemi, a curare qualcuno che sta male. E questi, che rappresentano veri e propri preconcetti, rischiano di creare diffidenza sia tra gli addetti ai lavori che tra le famiglie e gli atleti stessi. La nostra figura invece è quella di un professionista in grado di fornire gli strumenti e creare le condizioni per migliorare gli aspetti prestazionali di giocatori e allenatori. Inoltre, da parte di un certo tipo di tecnici, veniamo visti come dei “controllori”, messi li per criticare e per evidenziare i loro punti di debolezza, anziché come un aiuto per lavorare meglio e con maggiore serenità. E’ necessaria un piccola rivoluzione culturale, ma (sorride) ci stiamo lavorando.”
Quali sono, invece, i successi che ti hanno gratificato nella tua attività?
“Sono tantissimi e importanti, soprattutto quelli legati a bambini con grosse difficoltà di integrazione nel gruppo, azioni mirate che hanno permesso ai tecnici di acquisire la sensibilità necessaria a far ottenere a questi bambini il successo sportivo che desideravano. Abbiamo avuto bambini con problemi importanti, ma grazie all’intervento in campo, ai suggerimenti dati agli allenatori e alla voglia dei nostri tecnici di collaborare e di recepirli e metterli in pratica, posso affermare che, ad oggi, nei contesti che seguo, sono state risolte tutte le criticità che ci si erano presentate. Un altro successo è stato quello relativo al linguaggio utilizzato in campo. E’ migliorato progressivamente con il passare del tempo. Gli allenatori hanno messo in pratica tutto quanto appreso durante le riunioni di formazione e possiamo affermare che, per quello che concerne il linguaggio, la cultura sportiva, i valori dell’inclusione e dell’integrazione, ad oggi, nell’Albano calcio a cinque, tutti parliamo la stessa lingua.”
Nella prossima stagione ti rivedremo all’Albano calcio a 5?
“Assolutamente sì. La Società mi ha chiesto di continuare nel percorso di formazione degli allenatori e nel supporto alla risoluzione dei problemi piccoli e grandi che si sono presentati e che, inevitabilmente, continueranno a palesarsi nel corso delle attività. La cosa, chiaramente, mi ha fatto molto felice da un punto di vista professionale ma anche, e soprattutto, da quello umano. Siamo riusciti a creare un’ottima squadra, con la quale spero di continuare un percorso che sta dando ottimi frutti, grazie all’impegno di tutti.”
Per chiudere, Luca, qual è l’obiettivo principale per la prossima stagione?
“Sicuramente il maggiore coinvolgimento delle famiglie. Pandemia permettendo, torneremo ad incontrarli in presenza e con una maggiore frequenza. Il successo educativo, anche in ambito sportivo, dipende dal coinvolgimento di Società Sportiva, Famiglia e impegno e disponibilità dell’Atleta in campo. E Albano è il luogo ideale per realizzarlo.”















