L’ultimo giorno di scuola

Il Professor Luca Andreassi in zona mista ci parla l'ultimo giorno di scuola degli studenti italiani nell'anno della pandemia

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8 giugno. Ultimo giorno di scuola.

Ogni esperienza di vita, ha un inizio ed una fine.

La conclusione di un ciclo di scuola necessita di un tempo per il commiato. Un tempo fatto di condivisione, di sguardi, di silenzi e parole.

Di speranze per il futuro, abbracci, e lacrime.

Di arrivederci, di foto, di “non ci perderemo mai” e “amici per sempre”

Occhi lucidi e cuori gonfi.

Quest’anno i nostri figli, non avranno neanche il loro ultimo giorno di scuola. L’ultimo giorno, più importante del primo. E quelli che passeranno a un ciclo successivo, non potranno per l’ultima volta varcare quella soglia, oltrepassata per anni, e sedersi ancora in quei banchi.

Non potranno neanche avere il loro esame. Quello che toglie il sonno, la fame. Quella roba che fa crescere. Quello che si ricorda per sempre.

Non avranno la loro “Notte Prima Degli Esami”. La mia fu il giorno della finale dei campionati del mondo di Italia 90. Una finale triste perché gli azzurri erano stati appena eliminati. Ma almeno io ce l’ho avuta.

Avranno invece un gran vuoto, un pezzo della loro storia, mancante. Senza neanche saper, fino in fondo cosa si sono persi.

Non potranno aspettare con trepidante impazienza, che sa già di nostalgia, l’ultima campanella.

Non attraverseranno più quei corridoi ormai familiari. Non rivedranno quei volti, in quel luogo, il prossimo anno. Saranno tutti un po’ più grandi ed incroceranno sguardi e vite diversi.

Mi si stringe lo stomaco se penso che si sono salutati il 6 marzo, come un venerdì qualunque.

Senza immaginare, che sarebbe stato il weekend più lungo. Troppo, lungo.
Senza neanche immaginare, che avrebbero desiderato così tanto che tornasse ancora lunedì.

Quei lunedì pigri, dove non c’è voglia di alzarsi. Dove la scuola sembra una condanna.
Eppure, quanto mancano quei lunedì.

Chi lo avrebbe mai detto.

E adesso sono qui, sospesi tra due mondi, senza sapere che ne sarà di loro.

Come ritrovarsi in un altro posto, senza ricordarsi di esser partiti.

I saluti sono importanti.

Per poter chiudere quel cerchio, che se lasciato aperto ci intrappola in una separazione mai avvenuta.

Certo, potranno vedersi fuori. Come stanno facendo almeno dal 18 maggio. Ma fuori da quello che è stato il loro mondo per tanto tempo, non sarà la stessa cosa. In una sostanziale normalità. Tranne che per la scuola.

Oggi che si sarebbe celebrato l’ultimo giorno, è ancora più evidente il vuoto a cui li abbiamo costretti in nome di una sicurezza che sa tanto di mancanza di capacità o volontà di decidere per evitare di assumersi responsabilità.

Glielo avremmo dovuto. Da adulti avremmo dovuto fare ogni sforzo per evitare che venissero privati di queste emozioni che solo la scuola può dare.

E invece abbiamo creato un tale caos, che non solo non gli abbiamo concesso neanche l’ultimo giorno di scuola, ma siamo riusciti a trasformarlo in uno sciopero generale. Lo sciopero più bizzarro che si potesse immaginare.

Almeno da ex alunni, da ex studenti, da ex compagni di scuola chiediamo loro perdono per non aver fatto abbastanza, per non essere riusciti ad impedire che gli venissero negate le emozioni più belle. Per aver trasformato il fine settimana del 6 marzo, in un fine settimana lungo novanta giorni.

Almeno le scuse gliele dobbiamo.

Insieme all’impegno perché il primo giorno del prossimo anno scolastico non assomigli drammaticamente all’ultimo giorno di scuola di questo.

P.S. La foto rappresenta l’ultimo compito di mio figlio Leonardo, 9 anni, relativamente all’ultimo giorno di scuola. Credo che dovremo essere molto bravi, tutti, insegnanti e genitori, a fare in modo che non restino ferite e tracce di questo periodo nei nostri piccoli. Nella speranza che da Palazzo Chigi siano in grado di far ripartire, a settembre, la scuola. Quella vera.

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