Mario Leoncini è un maestro di scacchi, dirigente sportivo, già vicepresidente della Federazione Scacchistica Italiana della quale presiede la Commissione Cultura. Ha incarichi a livello regionale nel CONI. Scrittore, è autore di diversi articoli e libri tra i quali La grande storia degli scacchi, edito nel 2020 da Le Due Torri. È, inoltre, uno dei più importanti storici italiani degli scacchi. Lo abbiamo intervistato per scoprire la storia, gli esponenti principali, il presente e il futuro di questo gioco che ha visto negli ultimi anni aumentare la sua popolarità.
Cosa possiamo dire sulle origini del gioco?
Il gioco è probabilmente nato in India millecinquecento anni fa. L’argomento è oggetto di studio e di ricerca. Rappresenta una battaglia tra due eserciti. Nell’antica India si chiamava Chaturanga, cioè una parte divisa in quattro, perché quattro erano le parti in cui era diviso l’esercito indiano: i carri da guerra, gli elefanti, la cavalleria, la fanteria. La storia degli scacchi nasce intorno al 570 d. C., perché secondo un racconto persiano, gli scacchi furono presentati al re Cosroe I, che morì nel 579, dagli indiani in occasione di una visita a corte. Poi il gioco passò in Persia. Quest’ultima conquistata dagli arabi intorno al 640 d.C. Il gioco arrivò così nel mondo musulmano. Qui si diffuse moltissimo sia a livello popolare che tra i califfi. I califfi erano molto ricchi e avevano alla loro corte, sembra, almeno un giocatore di scacchi. Aliyat era il migliore di tutti, una specie di grande maestro attuale. Alcuni nomi dei giocatori dell’epoca sono arrivati fino a noi. Ci sono inoltre i primi manoscritti sugli scacchi, il più antico risale all’840 d. C. ed è stato scritto da al Adli. Il più famoso giocatore arabo si chiamava As Suli. Gli scacchi hanno però anche una preistoria. C’è una teoria piuttosto interessante di due italiani, Sanvito e Ferlito che, analizzando i pezzi degli scacchi visti come un gioco di guerra, riferendosi per esempio ai carri da guerra, hanno osservato che gli stessi furono usati dall’esercito indiano dal 400 a.C. fino, più o meno, al 400 d.C. come armi da guerra. Quindi si può presumere, in base a questa costatazione, che il gioco degli scacchi sia nato in quel periodo. Non ci sono, ovviamente, prove è solo una teoria”.
Come hanno fatto gli scacchi a sopravvivere per un periodo di tempo così lungo, arrivando ai nostri giorni?
“Il gioco degli scacchi è riuscito ad adattarsi alle varie civiltà, seguendo l’onda della civilizzazione, espandendosi dall’india alla Persia al mondo arabo, poi in Europa e, per altre vie, in Russia, in Cina, ovunque. Anche le stesse regole sono state adattate in base alle varie civiltà, influenzando le stesse e restandone, dunque, anche influenzati. Questo li ha fatti sopravvivere così a lungo”.
Può farci alcuni esempi di come il gioco si è adattato e di alcuni dei cambiamenti che ha subito nel corso degli anni?
“Per quanto riguarda il gioco sono cambiate certe regole, come il movimento dei pezzi. Per esempio il Pedone si muoveva di un solo passo, oggi anche di due in apertura; la Regina è diventata molto potente. Gli europei hanno visto il gioco anche come gioco di corte, oltre che come gioco di guerra. Se noi guardiamo la scacchiera possiamo vederla anche come un castello. Ci sono le torri, i cavalli, quindi le stalle. Poi ci sono dei pezzi strani perché gli arabi li avevano stilizzati e risultavano irriconoscibili per gli europei. Dunque gli europei, vedendoli anche come gioco di corte, li reinterpretarono. Accanto al Re non doveva esserci più il Visir, come generale, consigliere, ma doveva esserci la Regina, quindi nacque il pezzo femmina. Anche l’elefante era un pezzo irriconoscibile. A corte, ovviamente, non c’erano elefanti. In Italia, al Fil, che veniva dal Pil persiano e che stava per elefante, fu interpretato come Alfiere. Però in altre zone, come l’Inghilterra per esempio, a corte poteva esserci il vescovo, da cui Bishop. In Francia pensarono a un giullare, quindi si chiama Fou. All’ epoca, nell’Alto Medioevo, in molte regioni d’Europa veniva chiamato anche il Calvus, perché a colte c’erano i saggi, che erano persone anziane, calve appunto. Un altro cambiamento fu che la scacchiera divenne colorata, come la conosciamo oggi, per non sbagliare le mosse. Si continuò a giocare con le regole degli arabi, addirittura si usarono anche i pezzi degli arabi, fino a tutto il 1300. Poi, alla fine 1400, ci furono cambiamenti importantissimi che rivoluzionarono il gioco stesso e che lo portarono ad essere come quello attuale. Si tratta di cambiamenti che riguardano il movimento dei pezzi. In particolare della Regina che passò dal movimento in diagonale di un solo passo, quindi era il pezzo meno potente della scacchiera, alla totale libertà di movimento, rendendolo il pezzo più potente. L’altro cambiamento importante fu quello dell’Alfiere che prima saltava solo di due passi in diagonale. In realtà poteva andare solo in otto case sulla scacchiera. Poi ci fu il Pedone che da un passo solo, poteva muovere di due alla prima mossa”.
Perché ci fu la trasformazione nel movimento della Regina?
“Siamo nel 1475 a Valencia. In Spagna c’era Isabella la Cattolica, che era una regina molto potente e una regina così potente non poteva essere così debole sulla scacchiera. Queste modifiche cambiarono completamente il gioco. La variazione sul movimento della Regina, si diffuse velocemente in tutta Europa, anche perché Isabella la Cattolica scacciò gli ebrei dalla Spagna, a meno che non si convertissero, i cosiddetti marrani. Molti ebrei erano maestri di scacchi. Questi, andarono in altre zone e diffusero questo nuovo modo di giocare. I cambiamenti erano in ogni caso attesi. Gli scacchi erano molto diffusi nelle corti perché facevano incontrare uomini e donne. Essendo un gioco molto lento si prestava molto all’approccio. Nelle taverne, dove si scommetteva, questa lentezza non era molto indicata perché una partita richiedeva troppo tempo e si preferivano i dadi. Invece con questi movimenti molto più violenti la partita poteva durare anche poco. Bastava una distrazione e si perdeva. Quindi all’inizio del 1500 gli scacchi uscirono dalle corti per andare nelle taverne. Qui ci fu un cambiamento epocale perché nelle corti le donne giocavano a scacchi, nelle taverne, invece, non potevano andare, quindi smisero di giocare”.
Veniamo ora all’orologio. Quando è stato introdotto, per quale motivo e come è cambiato nel tempo?
“L’introduzione dell’orologio si è resa necessaria con i primi tornei. Giocando partite amichevoli non c’era l’esigenza. Nel 1851 si svolse a Londra il primo torneo internazionale e si giocò senza orologio. C’erano persone che pensavano delle ore su una mossa e questo creò grossi problemi anche per il continuo svolgersi dei turni. Nel giro di pochi anni ci furono i primi tentativi di trovare una soluzione. Si pensò per esempio alle clessidre. Nel 1866 fu creato un primo orologio che sarebbe arrivato più o meno invariato fino agli anni Duemila, quando ci fu la rivoluzione digitale con l’introduzione degli orologi che restituiscono il tempo, da un’idea di Bobby Fischer. Questo ha comportato che i tempi dei tornei possono essere molto diversi, anche i tipi di partite cui i giocatori si appassionano sono diversi. Ci sono partite a tempi lunghi, ma ci sono anche partite velocissime. Si arriva addirittura a giocare un minuto contro un minuto per l’intera partita”.
Come si stabiliscono i rapporti di forza tra i giocatori e le classifiche?
“Con i primi tornei i giocatori venivano chiamati Maestri. Questo fu poi formalizzato. Nel 1914 ci fu un grande torneo a Mosca, per il quale lo Zar chiamò i migliori giocatori del mondo e ai primi cinque fu dato il titolo di Grande Maestro che inventò lo Zar. Questo naturalmente non bastava perché poteva esserci differenza a qualsiasi livello, anche tra Grandi Maestri. Nel 1966 un fisico ungherese, Arpad Elo, inventò un sistema di punteggi piuttosto sofisticato che attribuisce ai giocatori un punteggio forza che può oscillare in base ai tornei e agli incontri”.
In che modo è organizzato e regolato il mondo degli scacchi a livello internazionale?
“Nel 1924 a Parigi si svolsero le Olimpiadi organizzate dal CIO. Gli scacchi furono ammessi come gioco dimostrativo. Vennero scacchisti da diverse nazioni europee, tra cui l’Italia. In rappresentanza della Federazione Scacchistica Italiana fu presente Terenziano Marusi. La federazione scacchistica italiana era nata quattro anni prima nel 1920. Insieme ad altre dodici federazioni fu fondata la Federazione Internazionale. Quindi esiste dal 1924 e regola tutta l’attività scacchistica a livello internazionale. Alla Federazione Scacchistica Internazionale aderiscono quasi duecento nazioni, quindi è una delle più grandi tra tutti gli sport. Dal 1927 si svolgono le Olimpiadi degli scacchi che sono in realtà un campionato del mondo a squadre per nazioni. Dal secondo dopoguerra si svolgono ogni due anni”.
Dal punto di vista del maestro di scacchi, ci sono caratteristiche che ritiene fondamentali per un giocatore?
“Per diventare bravi a scacchi occorre, come in tutti gli sport, molta dedizione, quindi molto studio e occorre giocare molto. Gli scacchi accanto alla gamba competitiva hanno una gamba culturale – educativa. Insegnano molto a chi li pratica. Gli scacchi sono per ogni condizione. Non hanno età, non hanno differenze sociali, però poi insegnano il rispetto delle regole, la consapevolezza dei propri limiti. Più che caratteristiche iniziali parlerei di caratteristiche che gli scacchisti acquisiscono col tempo”.
Quanto contano memoria e conoscenza di pattern e quanto il talento?
“La conoscenza dei pattern conta moltissimo. Si acquisisce con la pratica e con molto studio, però non basta. A parità di acquisizione di pattern c’è chi gioca meglio e chi gioca peggio. Quindi ci deve essere anche qualcosa in più. Probabilmente incide la capacità di rimanere calmi, incide l’età. Nel suo libro Elo, che è l’ideatore del sistema di forza dei giocatori, mostrò come questi raggiungano più o meno il massimo intorno ai trenta, trentacinque anni. Poi c’è un lentissimo decadimento. C’è da dire che gli scacchisti anziani probabilmente di scacchi ne sanno più dei giovani. Il problema vero è che poi non riescono a essere concentrati per cinque ore sulla scacchiera quanto riescono a farlo i giovani. Non sembra, ma in realtà è un gioco impegnativo anche a livello fisico. Rimanere concentrati è faticoso, tanto è vero che l’età media degli scacchisti si è abbassata tantissimo e i campioni del mondo sono più giovani rispetto a un tempo”.
Magnus Carlsen è considerato il più grande giocatore di scacchi della sua epoca, da alcuni il più grande in assoluto. Qual è la sua caratteristica di gioco più significativa?
“Carlsen è probabilmente stato il più grande giocatore della storia degli scacchi, o almeno io lo considero tale. Non è facile rimanere per più di quindici anni ai vertici del mondo. Anche ora non è campione del mondo perché si è ritirato praticamente dal titolo, però è ancora a livello alto. Ha ancora, probabilmente, il punteggio più alto al mondo. Emanuel Lasker è stato campione del mondo dal 1894 al 1921 per molti più anni di Carlsen, però era un’altra epoca, completamente diversa. Oggi c’è una concorrenza spietata. Giocano milioni di persone al mondo a livello agonistico e poi ci sono i computer che aiutano i giocatori a preparare le gare, a provare nuove mosse. Dunque rimanere ai vertici per più di quindici anni come è stato per Carlsen, ne fa un personaggio straordinario. È difficile trovare una caratteristica in particolare, perché Carlsen è un giocatore veramente completo. Sa giocare bene sia nel gioco posizionale che nel gioco tattico. È un giocatore a trecentosessanta gradi. Le caratteristiche dei campioni del mondo del passato non erano così. Petrosjan, per esempio, campione del mondo dal 1963 al 1969, era un giocatore prettamente posizionale, mentre Carlsen è un giocatore a tutto campo”.
I Grandi Maestri hanno influenzato lo sviluppo degli scacchi? Quali sono, da questo punto di vista, i momenti e le figure principali della storia del gioco?
“Molti Grandi Maestri hanno influenzato la storia degli Scacchi. Direi di partire dal periodo romantico. Ci fu un match molto importante nel 1834 tra McDonnell e La Bourdonnais che giocarono ottantaquattro partite senza orologi, ma tutte registrate, che influenzarono incredibilmente il gioco dell’epoca, infatti nacque il periodo romantico degli scacchi che terminò con il primo campione del mondo Steinitz, che diede vita al gioco moderno classico. Poi dopo la prima guerra mondiale ci furono gli ipermoderni, Réti, Nimzowitsch, Tartakower, che mutarono il modo di pensare gli scacchi e introdussero nuove idee. Poi la scuola sovietica con i suoi campioni a partire da Botvinnik. Infine l’era attuale che è l’era dei computer che giocano ancora in maniera diversa. Non hanno sorpassato i giocatori, hanno integrato il gioco. Poi il bravo giocatore è quello che studia usando il computer per prepararsi alle partite. Questi sono secondo me i periodi principali”.
In cosa consiste la notazione negli scacchi e per quale motivo si è resa necessaria?
“Nel medioevo non c’erano libri di teoria di scacchi come oggi. I libri erano soprattutto libri di problemi perché dovevano servire a chi andava nelle taverne a scommettere. Al tempo non si giocavano le partite perché il gioco era molto lento, però si presentavano dei problemi e si scommetteva su quelli. la soluzione veniva data mettendo delle lettere attraverso il diagramma che sarebbe la scacchiera stampata. Questo era il modo per trascrivere le mosse giuste, poi con la rivoluzione del 1500 nacquero i primi libri di teorie delle aperture perché il gioco si cominciò a giocare nelle taverne. Si voleva imparare a giocare bene le aperture, il centro partita e i finali. Nacquero, dunque, i primi libri di teoria e le mosse erano descritte esattamente come venivano giocate. Per esempio: il bianco muove il Pedone di Re di due passi, scrivendo proprio l’intera frase, però era chiaro che una partita prendeva più pagine. A mano a mano si cominciò ad accorciare mettendo sempre meno testo, finché le mosse divennero più sintetiche. Esempio la prima mossa di Re, invece di scrivere bianco muove il Pedone di Re di due passi, si scrive P4R. Poi almeno in Italia alla fine del 1800, altri lo avevano già adottato come Germania, fu adottata la notazione algebrica che è quella attuale. Le righe vengono indicate con numeri, da 1 a 8 partendo dal basso, mentre le colonne con lettere dalla A alla H, da sinistra a destra, inserendo anche l’iniziale del pezzo. Ci fu un grosso dibattito per passare dalla notazione descrittiva, che veniva considerata la vera notazione scacchistica, a quella algebrica attuale, che veniva considerata estranea al mondo degli scacchi”.
Quando il Pedone raggiunge la traversa più lontana rispetto alla sua casa di partenza, si verifica la promozione. Cosa è cambiato rispetto al passato?
“Nel mondo arabo quando il Pedone veniva promosso a ministro, Visir. In Europa, cambiava di sesso, passava da Pedone a Regina e, fino al 1400, era obbligatoria la promozione a Regina. Poi con le nuove regole si poteva promuovere con qualsiasi pezzo. Gli autori dei libri, almeno in Italia, si preoccuparono. Nei libri di scacchi, almeno dal 1500 fino a metà del 1700, il Pedone diventò Pedona, per evitare che si verificasse il transessualismo”.
Fischer, che è stato innovatore con l’orologio, propone gli Scacchi 960. In cosa consistono?
“In realtà ho un paio di libretti scritti da un francese Joseph Boyer, uno nel 1850 l’altro nel 1851, in un centinaio di copie, dove questi scacchi 960 già ci sono. È molto semplice, per evitare l’eccesso di teoria, dover ricordare troppe mosse in apertura che diventa molto faticoso soprattutto a grandi livelli, si sorteggia la disposizione dei pezzi nella prima traversa e nell’ottava in modo simmetrico. Questo fa saltare tutta la teoria delle aperture”.
Veniamo a quello che è stato definito il match del secolo.
“Quello tra Spassky e Fischer, a Reykjavik, nel 1972, fu un match veramente importante per la storia degli scacchi, perché si passò da pochi appassionati a migliaia di appassionati. Fu un incontro che contrappose Occidente all’Oriente, alla Russia. Per i sovietici era molto importante il gioco degli Scacchi. Loro primeggiavano rispetto all’Occidente in alcune cose, tra cui gli scacchi, il balletto, il circo, quindi per loro mantenere il primato negli scacchi era molto importante. Erano riusciti a mantenerlo dal 1945 fino all’avvento di Fischer. L’incontro ebbe dei risvolti politici. Fischer dopo la prima partita, nella quale perse, non giocò la seconda. Ricevette una telefonata da Henry Kissinger che lo invitò a giocare perché il match era diventato troppo importante”.
Le donne e il loro contributo nella storia del gioco. Quali sono a suo avviso le figure principali?
“Per quanto riguarda lo scenario attuale, possiamo parlare delle sorelle Polgar. Questo è stato un esperimento da parte dei loro genitori che hanno deciso di creare dei geni a tavolino. Dovevano scegliere la tematica e hanno scelto gli scacchi, perché i progressi erano misurabili per via del punteggio Elo. Loro non hanno mandato le figlie a scuola. L’insegnamento è avvenuto in modo privato. La maggiore delle sorelle, Zsuzsa, è diventata Grande Maestra femminile, anche la seconda, che è stata più brava della prima, Sofia.La terza, Judit, è stata la più grande di tutte e tre. Judit è entrata per un paio di volte nella top dieci a livello mondiale. Ha giocato varie volte con Garry Kasparov, che è stato campione del mondo per tanti anni. A quel tempo era il migliore in assoluto e, nel 2002, lo ha anche battuto. Altra figura femminile importante del secolo scorso è stata Vera Menchik, una russa vissuta in Inghilterra dove morì a seguito di un bombardamento nel 1944. È stata campionessa del mondo femminile. Le donne che giocavano a scacchi non erano molto considerate. Si pensava fossero avversari facili. Era nato anche un club di coloro che avevano sconfitto Vera Menchik. Solo che chi aveva creato il club giocò contro di lei e ci perse! Altra figura femminile significativa è Sonja Graf anche lei vissuta al tempo della Menchik, prima della Seconda Guerra Mondiale. Tedesca, campionessa in Germania. Fu mandata nel 1939 a Buenos Aires a giocare il campionato del mondo femminile dove c’erano le Olimpiadi di scacchi contemporaneamente. Però nel piroscafo che attraversava l’Atlantico, parlò male della Germania nazista e quando arrivò trovò un telegramma di Goebbels che le proibiva di giocare con la nazionale tedesca. Allora giocò sotto la bandiera della libertà. Rimase in Argentina anche dopo”.
Una storia interessante è quella del Turco. Ci spiega di cosa si tratta?
“Siamo nel 1769 il barone von Kempelen presentò alla corte austriaca un fantoccio, accanto a una scrivania con davanti una scacchiera, che aveva la pretesa di giocare a scacchi. Dentro questa scrivania, meccanismi per far funzionare l’automa, un fantoccio, con le sembianze di un turco. All’interno della scrivania c’era un giocatore vero che, per mezzo di meccanismi sofisticati, rispondeva alle mosse dell’avversario. Il turco fu scoperto, c’è anche uno scritto di Edgar Allan Poe che lo spiega, però ebbe un grosso successo. Più interessante fu il caso di Mephisto, cento anni dopo. Un fantoccio dalle sembianze di un diavolo davanti a una scrivania, però questa volta la scrivania aveva semplicemente le quattro gambe e nessuno capiva come il fantoccio potesse muovere i pezzi. In realtà c’era una persona in un’altra stanza che muoveva i pezzi su una scacchiera e trasmetteva le mosse al fantoccio tramite impulsi elettrici. Siamo nel 1870. Questo Mephisto addirittura vinse un torneo a Londra. Era manovrato da un grande giocatore dell’epoca, Gunsberg”.
Negli scacchi si sono verificati tentativi di imbroglio. In alcuni casi chi voleva barare si è servito della tecnologia, ma non solo. C’è un caso di cheating che ricorda in modo particolare?
“C’ è un caso di cheating piuttosto interessante che non riguarda l’uso della tecnologia e che mi pare fu utilizzato dalla nazionale francese in un incontro a squadre, forse addirittura in un’olimpiade, dove le riserve si piazzavano nelle poltrone degli spettatori in modo da indicare la mossa. Quindi cambiavano posizione. Furono scoperti e squalificati. Le poltrone rappresentavano la scacchiera”.
Ci parla del gioco per corrispondenza?
“Un tempo, fino a trent’anni fa, accanto al gioco a tavolino era diffuso il gioco per corrispondenza che ora è praticamente scomparso perché le persone, con l’introduzione computer, hanno abbandonato questo tipo di gioco. Si giocava tramite cartoline postali, bisognava rispondere entro un certo numero di giorni. In genere una partita durava più o meno un anno”.
Cosa è cambiato nella preparazione delle gare con l’introduzione dei computer.
“La preparazione c’è sempre stata anche prima dell’invenzione dei computer. Io ho cominciato a giocare quando i computer non c’erano o non erano utilizzati per gli scacchi. Come ci si preparava? Si conoscevano le partite dei nostri avversari, oppure durante i tornei si vedeva quali aperture preferivano e come giocavano e ci si preparava su quello. Con i database attuali possiamo seguire tutte le partite giocate nei tornei ufficiali dai nostri avversari. Possiamo vedere le partite e prepararci su quelle. Con il computer soprattutto ad alti livelli si fanno sperimentare mosse che sarebbero considerate poco affidabili. Se le mosse reggono al computer ci si può preparare su di esse e giocarle contro un avversario che deve risolvere problemi per la prima volta. Tutti i giocatori a grandi livelli si preparano sull’avversario”.
Qual è la sua opinione nel futuro degli scacchi? Garantire una maggiore partecipazione delle donne può essere la chiave per far crescere ulteriormente il gioco?
“Un tempo si pensava che la telematica avrebbe ucciso il gioco. Io non l’ho mai pensato, ero dell’opinione di Botvinnik, cioè che avrebbe aiutato lo sviluppo del gioco. Si pensava che arrivati al punto in cui il computer avrebbe battuto l’uomo sarebbe finito tutto. Sicuramente si perde un po’ di poesia, ma i computer sono stati un moltiplicatore di giocatori, che avvicina al gioco degli scacchi. Chiunque può tirar fuori il cellulare dalla tasca e giocare a ovunque si trovi. Il gioco si sta diffondendo. Ricordo di aver letto un sondaggio Doxa dopo il match Spassky – Fischer, cioè un momento di grandissima pubblicità per gli scacchi nel 1972, che mostrava che sei milioni di italiani conoscevano le regole. Un altro sondaggio in Italia, di circa due mesi fa, evidenziava che coloro che conoscono le regole sono quattordici milioni. Coloro che giocano online di tanto in tanto sono tre milioni. Una platea sterminata, considerando che gli iscritti alla federazione sono circa venticinquemila, in crescita. Fino a tre o quattro anni fa, al massimo arrivavano a undici – dodici mila. Io sono ottimista anche perché molti istruttori stanno entrando nelle scuole che sono bacino per i nuovi scacchisti. Per quanto riguarda le donne la percentuale di partecipazione era bassissima fino a qualche anno fa, però anche qui le cose stanno migliorando. C’è una piccola rivoluzione in atto. Non così veloce però c’è. Come dicevo, gli scacchi hanno due gambe, accanto alla gamba competitiva – tecnica, c’è quella culturale – educativa, questo avvicina moltissime persone, tra queste anche le donne. Gli scacchi sono tante cose e hanno in loro la bellezza, una bellezza che li avvicina all’arte”.





















