Museo della Mente a Roma, “Entrare fuori, uscire dentro”

Il Padiglione 6 del Santa Maria della Pietà ospita il Museo Laboratorio della Mente realizzato assieme allo Studio Azzurro

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Museo della Mente

C’è un luogo appartato, quasi ai confini del cuore di Roma, dove il tempo è sospeso, imbrigliato nelle pieghe della Storia, quella con la S grande, perché qui c’è passata – lei, la Storia – e c’è rimasta, come pietrificata. L’ex manicomio provinciale Santa Maria della Pietà è in zona Monte Mario, né in città né in periferia. Come i suoi ospiti: né uguali agli altri, né dissimili. Qui, per l’entrata in vigore della legge 180 – la legge Basaglia -, i cancelli si sono aperti, anche se le sbarre alle finestre ci sono ancora. Lì, come in altri luoghi della memoria, accomunati, ovunque nel mondo, dalla stessa necessità di mostrare alle future generazioni che certi delitti l’uomo non potrà mai più permettersi di commetterli. Per non dimenticare, insomma. Oggi, il Padiglione 6 del Santa Maria della Pietà (struttura che, all’origine, era divisa in due sezioni rigidamente separate: l’area maschile e l’area femminile) ospita il Museo Laboratorio della Mente, un Museo “di narrazione”, realizzato assieme allo Studio Azzurro, inaugurato nel 2000, che ripercorre la storia dell’Ospedale, chiuso definitivamente nel 1999. Qui, è possibile immergersi in un percorso attraverso le memorie del manicomio, per una lettura dell’alterità, per promuovere la salute mentale e combattere lo stigma, soprattutto sociale, della follia (o, assai spesso, presunta tale). Il Santa Maria della Pietà era una piccola città in cui si ricoveravano persone in base ad un certificato attestante uno stato di pericolosità per sé o per gli altri o per atteggiamenti di pubblico scandalo. La ripartizione dei malati avveniva secondo il comportamento manifestato: un insieme, dunque, davvero disomogeneo di degenti, diversi per gravità di patologia, terapia ed età, che, in comune avevano solo l’inattività, l’abbandono e la regressione progressiva. La vita nel manicomio, infatti, era scandita dai pasti e dalle rigide disposizioni del regolamento: inutile sottolineare che si trattava di un contesto disumanizzante, foriero di deliri e improduttività, sporadicamente interrotto da qualche passeggiata nel parco che, ora, è frequentato da avventori e famiglie. L’allestimento del Museo si snoda attraverso diverse stanze e tutto è percorso da un muro trasparente, di plexiglas, che è un supporto per le videoproiezioni, ma pure un modo per “proteggere” alcuni ambienti ricostruiti (con i lettini e la strumentazione in dotazione all’ospedale che si possono immaginare), nonché una sorta di “parete divisoria” che suggerisce un’interpretazione personale del motto basagliano “Entrare fuori, uscire dentro”. Di un al di qua e un al di là perenne che vuole guidare l’avventore verso una fruizione personalissima del luogo; un luogo senza privacy perché si ha la sensazione di essere perennemente osservati, osservabili e scoperti. Il Museo della Mente è un enorme archivio di testimonianze, luoghi ricostruiti (indimenticabile per diversi motivi la stanza di contenzione, a cui si accede attraverso uno spioncino), di oggettistica originale. Ma, soprattutto è un modo per narrare le ore più buie dell’umanità che, disgraziatamente, come aveva predetto il filosofo napoletano Vico “tornano e ritornano”, in un ciclo infinito di “corsi e ricorsi storici”. Ancora ai giorni nostri, seppur in altre vesti.
Info, orari e prezzi: www.museodellamente.it (possibili visite guidate anche per scolaresche).

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