SPQR, la pandemia raccontata da sei statue di Roma

Intervista allo sceneggiatore Federico Maria Monti

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Federico Maria Monti
Federico Maria Monti

Filosofo, poi laureato anche alla facoltà di Orientalistica, sceneggiatore, scrittore; abilissimo narratore, sapiente disegnatore a mano libera, ideatore di una linea di t-shirt, a marchio “Almiqui“, andata subito sold out. E’ Federico Maria Monti, romano, classe 1970. Artista poliedrico che ha fatto dell’ironia la sua cifra stilistica, con alcuni amici ha fondato la Durateo Film, casa di produzione cinematografica che ha prodotto delle perle come Firpo, di cui Monti ha scritto la sceneggiatura.

Lo abbiamo incontrato per parlare di SPQR, ultima sua fatica, un documentario diretto da Giorgio Clementelli, che ha appena ottenuto la menzione speciale e il premio della prestigiosa Roma Lazio Film Commission al Digital Media Fest.

 

 

In una Roma sparita, le statue di 6 grandi dialogano tra di loro, tra pandemia, ansia e incredulità, raccontando e mostrando che i drammi, gli eventi e i problemi sono sempre gli stessi, nei secoli, per gli uomini e anche per il marmo sinuosamente scolpito.

Come è nata l’idea di SPQR?

L’epidemia e poi la pandemia dilagante del Coronavirus è stata, ed è tuttora, un evento globale straordinario, ma soprattutto inaudito per quelli della nostra generazione. Ci ha trovati tutti impreparati. A voler trovare qualcosa di simile nel XX secolo bisogna risalire ai racconti dei nonni e bisnonni, all’Europa e al mondo devastati dall’influenza della “Spagnola”. Si parla per questo flagello di circa 100 milioni di morti tra il 1918  e il 1920. Nella storia dell’umanità – come è noto – si sono susseguite terribili epidemie epocali, alcune delle quali hanno poi legato la letalità biologica dei propri focolai patogeni alla formazione e alla genesi di reazioni culturali di enorme portata letteraria, pittorica, sociologica, teologica e politica. Pensiamo solo alla Peste di Atene del 430 a.C., descritta da Tucidide e trasposta in esametri nel VI libro del “De rerum natura” del poeta latino Lucrezio Caro.  Pensiamo al “Decamerone” di Boccaccio o alla novella di Poe “La maschera della Morte Rossa”. Ecco allora che il Covid-19, pur con tutti i distinguo del caso, può considerarsi la peste del XXI secolo; ciò è vero in senso emotivo, psicologico ed economico. L’idea di S.P.Q.R. è figlia dei medesimi traumi, discende dagli stessi stupori e sconcerti che in passato hanno sconvolto le società mondiali. Roma, la Città Eterna, si ritrova di colpo, specie nel periodo del lockdown, a fronteggiare scenari in parte nuovi e in parte antichissimi. Testimoni dialoganti di questa sgomentevole sofferenza sono le Statue Parlanti dell’Urbe, non più abituate allo spettacolo di una Città Eterna vulnerata e deserta. Col regista Giorgio Clementelli ci siamo immedesimati proprio nei sei muti custodi di pietra, chiedendoci: “se potessero parlare, cosa direbbero le statue in una situazione del genere?”. Così è nata l’idea, in un confronto interdisciplinare tra il mio testo e le musiche di Furio Valitutti, la fotografia di Francesco D’Aloi e la supervisione artistica di Federico Baciocchi.

Il Covid ci ha fatto riscoprire la casa, la famiglia, gli affetti, alimentato una vena creativa, tanti sono stati i libri che hanno visto la luce durante la quarantena per esempio, la pandemia può lasciarci anche qualcosa di buono?

Domanda interessante. È esattamente quanto – non senza una certa pudica reticenza – cercavo di sostenere prima. Esiste tutto un “indotto” creativo, produttivo legato all’apocalisse. Gli agenti patogeni e caotici delle catastrofi, dei cataclismi, delle sciagure portano con sé una scia di iperproduttività, recando un effetto perverso di stimolazione delle risorse e degli ingegni. È un acutizzarsi dei sensi, uno sciogliersi delle cognizioni che spinge gli psichismi a lacerare la membrana degli automatismi e delle ripetizioni che normalmente avvolge le nostre azioni anestetizzate dallo stato di quiete.

Federico Maria Monti

 

 

La sceneggiatura è tutta in rima e in romanesco, quanto è difficile scrivere in questo modo?

Abbastanza difficile. Tuttavia ho cercato di optare per un romanesco impuro, addomesticato, intuitivo: questo per non precludersi l’accesso ad un’universalità comunicativa che invece reputavamo fosse fondamentale. Volevamo che il messaggio arrivasse a tutti, indipendentemente dalla centralità pretestuosa di Roma nell’occasione del nostro mediometraggio.

Guardando SPQR, verrebbe da dire che Roma era e Roma è, che la storia si ripete, ma come è cambiata invece questa Città nel corso del tempo?

Le reazioni delle sei statue parlanti – dopo lo stupore iniziale delle prime osservazioni, – affermano proprio la ricorsività fatale di un destino che, a distanza di secoli e secoli, sembra ripetersi identico. Quest’aspetto di ripetizione dell’identico che tu hai così ben còlto, da una parte si presta ad assegnare una nota rassicurante a vantaggio della Città Eterna: un’entità statuale in grado sempre di rialzare la testa; dall’altra invece marca un’incapacità da parte della stessa di spezzare, di interrompere il circuito millenario di una fatalità perennemente decadente, postergandola nella linearità di un passato remoto conclusosi per sempre, liberandosene una volta per tutte nel segno di una nuova Roma realmente vòlta al futuro. La Roma di oggi è molto diversa. A fatica riesco a ritrovarla, a scorgerne una continuità di lineamenti, a riconoscerla come la stessa città dove sono cresciuto e dove ho studiato. Molto ha perso Roma in termini di lirismo, romanticismo, magia rispetto alla Roma già di trent’anni fa. Ma questo è un altro discorso…

Mi ha colpito la doglianza della statua di Lucrezia Borgia che a causa del Covid non può fare più l’amore, come la pandemia ha ridisegnato i nostri rapporti, soprattutto amorosi?

Madama Lucrezia è l’unico personaggio femminile del gruppo di pietra, e, come donna, il suo punto di vista è senz’altro il più acuto e romantico delle sei statue: è difatti lei che porterà, annunciandola, una ventata di speranza. Quello della falsificazione dell’amore e in genere degli affetti è forse l’aspetto più immediato e terribile di questa condizione di emergenza. Il Covid ha disumanizzato le relazioni, le ha mutilate ridisegnandone i codici di comportamento, di saluto, di intimità sostituendoli con una versione degli stessi asettica, sterilizzata, burocraticizzata. Un vero inferno.

Scrivi per il cinema, hai all’attivo numerosi cortometraggi, hai scritto libri, ideato una linea di magliette che è andata a ruba. Cos’altro bolle in pentola?

Sto lavorando alla sceneggiatura di due film, ma preferisco sorvolare, sai, dopo l’esperienza del Covid-19 tutte le certezze sono più fragili. Grazie per la bella intervista, è stato un piacere avere l’occasione di analizzare il nostro lavoro.