Storia del tatuaggio, incontriamo Alessandra Castellani

Storia, significato, evoluzione e fascino del tatuaggio

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Giancarlo Montoni intervista l’antropologa Alessandra Castellani per approfondire le tematiche legate alla storia, all’evoluzione, al fascino e al significato del tatuaggio.

Alessandra Castellani, antropologa, insegna all’Accademia di Belle Arti. È esperta di tematiche legate al gender, alla moda e alle culture giovanili. È autrice di testi, tra i quali Ribelli per la pelle. Storia e cultura dei tatuaggi (Costa & Nolan, 1995); I ragazzi di Tokyo. Le poetiche zen di una metropoli (Liguori, 1997), Piacevole è la notte. Cultura e mercato dell’intrattenimento notturno (Manifestolibri, 2003); Vestire degenere. Moda e culture giovanili (Donzelli, 2010); Storia sociale dei tatuaggi (Donzelli 2014); Antropologia culturale (Donzelli 2021). Ci siamo fatti guidare da lei in un viaggio che ci ha permesso di approfondire le tematiche legate al mondo che ruota intorno al tatuaggio. Da dove nasce? Qual è l’origine del nome? Come si è trasformato? Quando si diviene una scelta volontaria? Cosa si nasconde dietro alla volontà di modificare il proprio corpo?

Buona lettura.

Cosa rende il tatuaggio un argomento di ricerca e di interesse?

“Il tatuaggio è un argomento interessante da indagare per infinite ragioni. Ognuno può trovarci dentro un ambito di interesse. Quest’anno insegno in Accademia, in un mio corso, Discipline archetipi dell’immaginario, ripercorro l’immaginario del selvaggio e del selvaggio tatuato che rappresenta l’horribile visu, la persona più orribile da vedere in generale. Spesso, infatti, l’Occidente si è specchiato nel tatuaggio che proveniva dall’Oriente, soprattutto dall’area del Pacifico. La stessa parola tatuaggio viene portata da James Cook nel Settecento. Non esisteva in Europa. All’interno del mondo del tatuaggio possiamo trovare tantissimi elementi di interesse quali l’immaginario del selvaggio, del selvaggio che ci tatuiamo addosso, del sentirsi selvaggio, di auto rappresentarsi in qualche maniera non conformi al mondo normale. Una delle ragioni del mio interesse è indagare sul perché le persone decidono di tatuarsi, di cambiare, di modificare il proprio corpo, di alterarlo. Però noi sappiamo dalla Bibbia che Dio ci impone di non alterare il corpo fatto a sua immagine e somiglianza. Che cosa è cambiato nella nostra percezione del corpo, nella rappresentazione che noi stessi vogliamo dare del nostro corpo, visto che Il tatuaggio è un segno inflitto volontariamente? Un tempo in Occidente esistevano solo i marchi degli schiavi oppure il marchio dei nemici che erano tatuati, o dipinti, perché non c’era appunto la parola in latino per tatuaggio. I nemici che erano ai confini dell’Impero Romano, come i Pitti, appunto dipinti, ma forse tatuati, che sono il nemico minaccioso, così come lo sono i Germani e saranno tra l’altro gli unici non sconfitti per i Romani. Quindi all’interno di questo contesto c’è un immenso mondo che chiama in causa le modifiche del corpo che siano accettate, accettabili o meno e negli ultimi anni e decenni sono indubbiamente molto accettate, volute, cercate. Il corpo è diventato sempre di più una costruzione architettonica. Sono io che lo costruisco in qualche maniera, per esempio in palestra o col botulino”.

Nudità e canone classico. Come si inserisce il tatuaggio in questo contesto?

“Il tatuaggio rispetto al mondo dell’antichità greco – romana è l’anti canone. Perché il canone estetico, ed etico al tempo stesso, è il canone di una bellezza nuda, sobria. La verità è nuda, non ha artefatti, non si deve coprire, non si deve lacerare. Si pensi alle statue greche. Tutto questo viene riportato anche nell’antica Roma, dove la bellezza è di nuovo nuda, ma anche sobria. Invece, per esempio, tutto questo non avviene nella cultura degli antichi Egizi dove il corpo è artefatto, è architettura. Quindi il canone classico che è durato secoli e secoli è quello della bellezza nuda, non artefatta, non tatuata, non modificata. Solo in tempi recenti, diciamo in Europa, in Occidente, e solo a partire dagli anni Settanta – Ottanta del secolo scorso, comincia a emergere l’idea di un corpo che possa essere diverso, che possa essere modificato, cambiato, ristrutturato a modo proprio e a propria immagine e somiglianza in cui, come dire, siamo noi a definire e rappresentare nella pelle ciò che vogliamo raccontare di noi stessi”.

Le prime testimonianze dell’incontro con l’altro e la percezione che ebbero i Romani confrontandosi con una naturalità a loro sconosciuta.

“È Tacito a descrivere tutto questo, a descrivere le battaglie con gli Arii, con i Germani. La Germania è il titolo del libro di Tacito, a volte considerato il primo libro di etnografia. L’idea che loro avevano della natura probabilmente non corrisponde all’idea che abbiamo noi oggi. Ai Romani apparivano uomini immersi nella natura, con una forza ritenuta primigenia, non smussata, non contraffatta, non indebolita, per l’appunto, da tutti i lussi e dalla civiltà, che nel frattempo i Romani pensavano di avere nel proprio stile di vita. Quindi in qualche maniera i Germani rappresentano proprio una forza ancestrale radicata nella natura. Consideriamo anche il fatto che probabilmente avevano una religione di tipo animista, quindi molto ancorata all’idea che nella natura ci fossero divinità, che le divinità fossero l’albero, il tuono. Dunque è in questo senso che si inserisce l’idea di naturalità e di una forza nella naturalità che poteva corrispondere per i Romani dell’epoca, per la loro mentalità, a un’idea di Germania e di nemico particolarmente difficile da battere”.

Parlando di contatto con l’altro, che tipo di rappresentazione ne hanno fatto i primi esploratori al rientro dalle avventure nei mari?

“Cambia tantissimo l’idea del cosiddetto selvaggio. Dampier nel Seicento, riporta in Europa un tatuato delle Filippine e lo fa esporre nelle corti per mostrare la meraviglia di questo tizio, di questo disgraziato, che poi muore di vaiolo. Si tratta di un esporre le meraviglie, le bizzarrie, di quest’uomo tatuato, inventando una storia che lo vedeva come un principe che era fuggito e che aveva tante donne come in un harem. Qui già si comincia a costruire quell’immaginario relativo all’Oriente su cui poi Said ha scritto il suo saggio definitivo Orientalismo. Nel Settecento, invece, l’idea del selvaggio è fortemente ancorata all’idea del buon selvaggio, alla Rousseau. Con i primi esploratori che arrivano per esempio a Tahiti, nasce il mito del Paradiso Perduto, di un Oriente esotizzato. C’è l’idea di un selvaggio buono, allo stato naturale, con dei modi di vita, con uno stile di vita, che farebbero invidia a chiunque in Europa. Lo stesso Bougainville, un famosissimo e importantissimo esploratore francese, nel Settecento arriva prima di James Cook a Tahiti e descrive i tatuaggi chiamandoli pitture. Riporta un cosiddetto primitivo e lo fa vedere a Parigi, tatuato. Anche qui c’è l’idea del buon selvaggio, di quel mondo a cui le persone vorrebbero accedere in qualche maniera, soprattutto le persone normali, più povere. Da questa prospettiva, forse acquisisce senso anche il famoso ammutinamento del Bounty. Noi lo abbiamo visto nel film con Mel Gibson, oppure nel primo con Marlon Brando. La storia è quella dell’imbarcazione che per conto della Corona inglese era andata a cercare l’albero del pane e si trovava a Tahiti. Successivamente c’è l’ammutinamento perché l’equipaggio non vuole tornare in Europa, vuole vivere lì, in una maniera più libera dalle convenzioni che c’erano in Europa e da tutti i vincoli del potere aristocratico dell’epoca. Emblematico che ciò avvenga pochissimi mesi prima della Rivoluzione Francese. Nei mari del Sud la prima avvisaglia che qualcosa stava cambiando”.

Dove nasce la parola tatuaggio e quali sono le prime forme di tatuaggio che conosciamo?

“La parola tatuaggio viene portata in Occidente da James Cook, dal suo primo viaggio nei mari del Sud, Il suo viaggio intorno al mondo. Quando arriva nei mari del Sud, in realtà, non si sa se si tratti di un arcipelago, se si stia parlando di un continente, tanto per dare l’idea di quanto fosse grandiosa quella avventura e di quanto fosse pericolosa. Nell’ Endeavour, l’imbarcazione con cui parte James Cook, c’erano più o meno quaranta diari di viaggio che furono scritti da un team composto più o meno da un centinaio di persone. Nei diari e nelle annotazioni si parla di tattow che era il suono onomatopeico tau-tau che faceva lo strumento per tatuare e la parola è tahitiana. Quindi è là che nasce la parola tatuaggio e che nasce l’idea del tatuaggio così come oggi noi lo pensiamo e lo rappresentiamo. In realtà esisteva anche in Europa. Nell’antichità in Grecia e nell’antica Roma venivano tatuati gli schiavi, cioè era un segno di proprietà. Nel Satyricon ci sono tante fonti che in qualche maniera ci raccontano di uno schiavo tatuato liberato che si nascondeva il tatuaggio perché non voleva ricordare agli altri il suo passato. Quindi era un segno che esisteva, ma era chiamato stigma, cioè era un marchio in senso stretto. Noi oggi abbiamo una visione diversa, Siamo noi che scegliamo di tatuarci. Nel marchio c’è l’idea che sono gli altri che ci tatuano. In fondo il marchio più forte del Novecento è quello fatto agli ebrei nei campi di concentramento. Lo hanno subito, era un numero subito, non era una scelta. Quindi c’è sempre una differenza profonda che parte dall’antichità, dalla storia, dai profondi cambiamenti culturali che attraversano il nostro mondo. Il marchio dello schiavo è il marchio di Caino, il primo segnato della storia, diverso da quello che viene percepito come un tatuaggio positivo di autorappresentazione. Questa idea di marchio è durata tantissimo nei secoli. Se si pensa che nella seconda metà dell’Ottocento Cesare Lombroso, uno dei più importanti antropologi italiani se pure giustamente contestatissimo oggi, ne L’uomo delinquente, sostiene che il tatuaggio era uno dei segni che andava a rappresentare e a definire il cosiddetto atavismo, cioè il fatto di essere delinquente nato e che questo essere delinquente avvicinava alla condizione del primitivo che si tatuava”.

L’esposizione di tatuati e Freak contribuisce da un lato a creare un’idea di normalità, proponendo ciò che si definiva altro rispetto alla normalità, dall’altro lato si può dire contribuisca a generare, prima curiosità, poi attrazione verso la diversità?

“C’è sempre il fascino per ciò che lontano da noi e che deve rimanere lontano da noi. Per questo nel Settecento e nell’Ottocento si esibivano persone in quelli che una volta venivano definiti dime museum, nei quali si poteva entrare con pochi spiccioli ed erano delle forme di attrazione. Spesso le persone che venivano esibite sostenevano di essere state tatuate a forza, quando erano schiavi caduti in miseria o divenuti schiavi in qualche parte lontana del mondo, in mezzo ai selvaggi. Questa è la storia di Olive Oatman, che a metà Ottocento è la prima a esporsi come donna tatuata, fatta prigioniera da nativi americani, poi liberata dall’esercito americano. In realtà pare che il tatuaggio che aveva addosso fosse volontario. Però lascia questo fascino per ciò che tu non puoi essere e non devi essere. Una sorta di monito, soprattutto se sei donna. Olive Oatman, una bella donna tatuata, viene percepita come vittima di una pena ulteriore inflitta dai selvaggi, oltre al fatto che si suppone che una donna sia sobriamente dentro le mura domestiche. A metà Ottocento le donne tendenzialmente non passeggiavano, neanche per strada, poiché era considerato, per l’appunto, una cosa da passeggiatrici, da prostitute. Quindi le donne che si espongono in questa maniera perché sono tatuate, contribuiscono fortemente da una parte a ridefinire un modello di bellezza femminile, un modello di femminilità, ma al tempo stesso, paradossalmente, ribadiscono qual è il canone giusto, cioè che le donne sono a casa e non espongono il loro corpo, la loro pelle”.

Marchio e teorie Lombrosiane che accomunavano omosessuali, donne prostitute e che postulavano il nesso causa effetto tra tatuaggio e l’essere criminale. Mentre si sostenevano queste idee il tatuaggio iniziava a diffondersi, a diventare una manifestazione volontaria.

“Nella seconda metà dell’Ottocento con Lombroso abbiamo da una parte questa teoria che adesso non definiremo più scientifica, che al tempo era considerata tale, dell’atavismo, del criminale assimilabile al primitivo, del tatuato come segno chiaro di devianza. Tra l’altro ci sono le prime indagini etnografiche fatte da un lombrosiano come Abele De Blasio, a Napoli, che sono molto interessanti perché ci mostrano un sottobosco, anche della camorra, di cosa si tatuava chi ne faceva parte. Dall’altro lato, però, lo stesso Lombroso e i lombrosiani fanno emergere quanto fosse diffuso tra la gente comune il tatuaggio. Magari le persone nelle fiere si tatuavano gli strumenti del mestiere che svolgevano. Oppure i pellegrini che andavano verso la Madonna di Loreto, che sono stati studiati da Caterina Pigorini Beri, che ci diceva che si tatuava anche la gente comune. Quindi sotto certi aspetti Lombroso ha decisamente estremizzato quello che in realtà accadeva. Un piccolo tatuaggio non era diffusissimo, ma non era neanche una pratica ignota in Occidente. Lombroso in un certo senso, se vogliamo usare le parole di Michel Foucault, l’ha medicalizzato al massimo, rendendo profondamente deviante ciò che lo era solo parzialmente. Forse era diffuso anche tra la gente comune che non aveva avuto nulla a che fare con la giustizia né avrebbe mai avuto a che fare con la giustizia. Mentre per Lombroso noi vediamo che da una parte tutti coloro che erano politicizzati e che si tatuavano, per esempio, Viva la Repubblica erano considerati devianti. Deviante era chi riguardo al corpo aveva fatto delle scelte differenti. Inoltre c’è il cosiddetto panico omofobico, che si manifesta alla fine dell’Ottocento. Un’ ossessione nei confronti degli omosessuali. Quella di Lombroso e dei lombrosiani è una scrittura spesso molto dura nei confronti dell’oggetto della propria ricerca. In particolare Abele De Blasio, etnologo che lavora anche per la polizia come consulente a Napoli, ha un linguaggio sarcastico e molto duro nei confronti degli omosessuali. Quasi a ribadire Beh, Io sono ovviamente normalissimo; etero fino in fondo. Anche donne e prostitute sono trattate malissimo, perché prostitute e perché donne. Quindi tutto un insieme di inferiorità percepite nell’Ottocento viene ribadito nel fatto che una donna tatuata è così stupida ed emotiva che si tatua il nome della persona che ama, come gli omosessuali si tatuano il nome della persona che amano. Quindi sono uniti per i lombrosiani dal fatto che si tatuano cose irrazionali, emotive, dunque sono doppiamente sciocchi”.

L’ invenzione della macchinetta per tatuare, il segno diviene più accurato. Quali sono le figure principali di tatuatrici e/o tatuatori e quando si può dire che il tatuaggio diventa un fenomeno di massa?

“Indubbiamente le innovazioni tecnologiche nel mondo del tatuaggio contribuiscono a un segno più preciso, più definito e con un intento che può essere considerato maggiormente artistico. Questo avviene con O’Reilly nella seconda metà dell’Ottocento, quando inventa la macchinetta elettrica. Da lì si cominciano a fare anche tatuaggi più articolati, artistici. Ce n’è uno, famosissimo, di una donna, che sulla schiena ha addirittura L’Ultima Cena di Leonardo che ha un livello significativo di articolazione artistica. Ciò avviene in parte nella seconda metà dell’Ottocento quando il tatuaggio comincia a essere percepito anche dalle classi aristocratiche come segno distintivo. Anche chi era stato di stanza in Oriente, sotto l’Impero Britannico per esempio come militare, a volte tornava in patria con un tatuaggio fatto in Giappone. Per esempio c’è Macdonald che è un tatuatore britannico che aveva fatto la sua esperienza in Giappone, che porta la sua tecnica in stile giapponese, con lo sfumato e le altre caratteristiche e diventa famosissimo. Quindi un primo consumo anche di élite comincia a esserci nella seconda metà dell’Ottocento. Quello che cambia davvero radicalmente tutto è probabilmente il Punk negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Troviamo poi Leo Zulueta che è un tatuatore punk rock californiano ma di origini Filippine, che propone tatuaggi come quelli che si facevano nei mari del Sud. Questo ha cambiato tantissimo perché c’era una generazione di giovani che era più pronta a percepire il tatuaggio con qualcosa di desiderabile, che rimandava un’idea del selvaggio che loro volevano rappresentare, tramite appunto il tribale, lo stile che ha inventato lo stesso Leo Zulueta. Il tribale era anche facile da fare. Consisteva in strisce a spirale astratte, quindi non c’era bisogno di essere particolarmente raffinati nella tecnica, come per chi fa tatuaggi giapponesi. Inoltre il tatuaggio tribale poteva essere anche molto piccolo, quindi con un segno piccolino tu ti sentivi ribelle e fichissimo. La prima tatuata famosa da Lyle Tuttle è Janis Joplin, che si fa tatuare un braccialetto, poco prima di morire tra l’altro. Quindi è là che cambia tutto. Lyle Tuttle, tatuatore di San Francisco, è stato una specie di icona. Ci sono immagini bellissime anni Settanta, che lo ritraggono nudo e interamente tatuato. Insomma, ci sono molti elementi che fanno cambiare l’idea del tatuaggio. In Italia sicuramente Fercioni ha contribuito realmente all’idea del cambiamento di questa percezione del tatuaggio. Il tatuaggio ha cambiato più forme nel corso del tempo, anche grazie a tatuatori che sono stati degli abili comunicatori”.

Tatuaggio come segno di ribellione, del non essere addomesticati, mitigato dall’aspetto estetico. Cosa possiamo dire in merito?

“Il tatuaggio fatto bene in Italia non è arrivato prestissimo e i primi tatuatori non sempre apparivano come degli artisti provetti, anche nella prima generazione punk che è stata quella che ha cominciato a produrre più tatuatori. Non tutti erano bravissimi. Ora ci sono generazioni di tatuatori che hanno un’abilità notevole. Si vedono a volte dei tatuaggi bellissimi, altre volte si vedono tatuaggi particolarmente brutti. Spesso e volentieri, almeno per quello che io ho visto, si instaura anche un rapporto molto intenso tra tatuatore e la persona che si vuole tatuare. Questa secondo me è una cosa giusta e dovrebbe essere così perché ci si deve poter fidare di chi ti fa un segno che rimarrà per sempre sulla pelle. Quindi da una parte deve essere qualcuno che ti deve sapere aiutare a scegliere cosa fare e in quale parte del corpo con le giuste proporzioni. Dall’altra deve essere anche qualcuno con una tecnica notevole che sa indicare, suggerire e raccontare il tatuaggio. Raccontare per esempio cosa significa la carpa per i giapponesi e la simbologia connessa. Un tatuatore che crea un rapporto approfondito con la persona che sta tatuando è anche colui che contribuisce alla rappresentazione simbolica di ciò che viene tatuato”.

Il tatuaggio in chiave controculturale. Quali sono i momenti più significativi?

La prima cultura giovanile tatuata è quella dei Pachuco, che in genere si tatuavano una croce, quasi sempre tra il pollice e l’indice e siamo alla fine degli anni Trenta, primissimi anni Quaranta del secolo scorso in America, soprattutto in New Messico, California. Quelle zone che un tempo erano state messicane e che con un trattato del 1948, sono passate all’America. Erano messicani di seconda, terza generazione. Quelle sono le prime forme di ribellismo in cui è presente un tatuaggio che apparteneva alla loro tradizione messicana, cattolica. Tra i soggetti, ad esempio, abbiamo la Madonna di Guadalupe. La tradizione protestante ha un altro immaginario, quindi era anche una maniera per ribadire la propria identità in un contesto completamente differente che era quello americano. Un contesto in cui il messicano spesso era visto come un cittadino di serie B. Quindi quella è stata la prima forma nota di unione tra culture giovanili e forme di ribellismo. I tatuaggi contribuiscono fortemente alla rappresentazione di sé stessi. Questi tatuaggi sono stati poi ripresi dal movimento chicanos degli anni Settanta, quello che vuole ribadire la propria identità di Mexican American, cioè del doppio binario in cui sono cresciute queste persone. Dunque vengono ripresi tatuaggi Pachuco, poi sviluppati in un’altra maniera. Nell’ambito delle culture giovanili il primo grosso cambiamento è quello punk.  Prima, però, c’è il movimento degli Hells Angel che nei primi anni Sessanta si tatuano il logo della Harley Davidson, della moto preferita. Inoltre si tatuano anche il teschio che richiama l’idea della morte, del pericolo, ma anche segni come la svastica. Spesso correliamo il tatuaggio e i movimenti giovanili a movimenti che etichettiamo come di sinistra. In realtà tutto il filone che va verso destra è molto profondo perché, contemporaneamente ai punk, ci sono gli Skinhead di destra che spesso si tatuano i segni che hanno a che fare con la croce celtica, la simbologia fascista e della Repubblica di Salò. Ci sono anche i Redskin che sono per così dire di sinistra. Da qui discende un po’ tutto. Poi ci sono modificazioni e forme di polverizzazione, che rendono il tutto infinitamente variegato. Ovviamente, è soprattutto negli anni Novanta, ma anche a partire dagli anni Ottanta e in particolare in California, che si inserisce tutto questo, anche con l’idea di una realtà queer.  Quell’idea, cioè, che nasce con Judith Butler e il famoso libro del 1990, Questione di genere, in cui si sostiene che il genere è una performance, ovvero io non sono uomo, donna, omosessuale per nascita, ma per quello che scelgo culturalmente di essere e di interpretare rappresentando me stesso. Questo apre il campo, anche da un punto di vista teorico, a possibilità esplorative in termini di modifica del corpo e di ridefinizione di quello che viene percepito naturale, ma che in realtà è culturale. Questo è il grande scenario che aprono i queer studies in cui la modifica del corpo, la modifica della rappresentazione di sé stessi, la scelta su come rappresentare sé stessi diventa particolarmente articolata e interessante. Ovviamente il tatuaggio, le modifiche del corpo, Il piercing sono parte integrante anche di tale passaggio”.

Abbigliamento e tatuaggi. Quale connessione li lega? Qual è il loro rapporto con la rappresentazione del sé, con l’identità.

“C’è una lunga storia che lega il tatuaggio ai vestiti e ce la racconta addirittura Leopardi nelle Operette morali. C’è la stessa idea di morte nella moda e nel tatuaggio, cioè rimandano entrambi alla fuggevolezza. La moda esiste perché cambia in fretta, si fonda su questo; il tatuaggio perché rimanda all’idea di morte. È ovvio che c’è anche una contraddizione. Il tatuaggio è teoricamente per sempre. Il vestito può essere per una giornata, per una serata, per un’occasione. Ugualmente entrambi fanno parte dell’idea di ciò che vogliamo rappresentare di noi stessi: chi siamo, come vestiamo. Il modo in cui ci vestiamo, in qualche maniera, rappresenta una dichiarazione di intenti nei confronti del mondo. Tutte le forme di ribellismo hanno a che fare anche con un vestire diverso, con un cambiare l’abbigliamento. Le stesse modifiche che sono avvenute all’interno della galassia LGBTQIA+ sono venute anche con dei vestiti ad hoc, con le drag Queen, cioè con una dichiarazione di intenti che è nel vestito. Il vestito comunica ciò che sono, ciò che voglio essere e ciò che voglio cambiare. Si tenga conto del fatto, ad esempio, che gli stessi pantaloni erano proibiti alle donne fino a tempi relativamente recenti. In America erano proibiti fino agli anni Sessanta.  Quindi c’è una profonda connessione tra tatuaggio, moda, vestire, forme di rappresentazione del sé. È anche vero che spesso la moda stessa ha giocato con i tatuaggi. I primi maglioni con i segni che ricordavano i tatuaggi marinai li ha fatti Elsa Schiaparelli nel 1928. Anche Jean Paul Gaultier ha giocato tantissimo con l’immaginario del marinaio. C’è un profondo rapporto tra vestire, rivestirsi e spogliarsi, essere nudi, ma non essere nudi.  Cosa vuol dire essere nudi? Si è mai davvero nudi?”.