Si apre un nuovo capitolo sulla Tutela dei Minori nelle squadre di calcio. La Decisione n. 0092/CSA/2024-2025 della Corte federale di Appello a Sezioni Riunite della FIGC, respingendo il ricorso di una società della provincia sud di Roma sulle sanzioni comminate ad un allenatore reo, secondo i giudici, di un comportamento in contrasto con le indicazioni federali (abuso psicologico nei confronti di giovani atleti della categoria Under 15, mediante l’utilizzo di un linguaggio a dir poco inadeguato e ricco di allusioni di carattere sessuale), vede sanzionato pesantemente anche il club, reo di non aver messo in atto dapprima le necessarie strategie di prevenzione e, subito dopo la rilevazione dei fatti, scaturita dalla segnalazione di alcune famiglie dei ragazzi coinvolti, di non aver reagito in alcun modo per gestire al meglio l’incresciosa situazione e tutelare i giovani atleti. Eppure, il Club aveva a disposizione tutti gli strumenti per poter fare sia l’una che l’altra cosa. La Corte Federale ha, nei fatti, considerato una aggravante il fatto che essendo un Club riconosciuto al livello più alto nel sistema di qualità per club giovanili, doveva non solo aver adempiuto agli obblighi amministrativi previsti dall’iter federale (nomina del Delegato, formazione on line, procedure e monitoraggio), ma avrebbe dovuto concretamente applicare, nel regolare svolgimento delle attività, tutte quelle attenzioni indispensabili per passare dalla carta al campo. E questo secondo l’organo giudicante, non è avvenuto e, per questo, il club è stato pesantemente sanzionato.
La sentenza butta un sasso nello stagno, tutto italiano, dei “pezzi di carta a posto”. Dal mio passato di esperto di qualità industriale a livello internazionale, posso confermare che la qualità di un sistema è data dalla qualità delle persone che lo debbono far funzionare. A poco serve mettere a disposizione gli strumenti necessari (e questo, a livello documentale la FIGC lo fa benissimo, basta vedere il portale sulla Tutela dei Minori, molto ben fatto e aperto a tutti), se tali strumenti non vengono adottati da tutti i tesserati del club nel modo giusto. E questo vuol dire fare formazione continua. Il mantra, ormai comune negli ambienti lavorativi e professionali, deve approdare anche e soprattutto negli ambiti dove i più giovani si formano non solo allo sport, ma alla vita. Un mio vecchio formatore di tanti anni fa, un guru della Total Quality, mi diceva che, per diventare persone di qualità, occorrevano tre cose: training, training e, infine, training!
Occorre formare i tecnici, i dirigenti, ma anche le famiglie e i giocatori e, anche, i tifosi e i sostenitori. I ragazzi di oggi non sono gli stessi di dieci, venti o trenta anni fa. Sono diversi, parlano un’altra lingua, hanno sensibilità differenti da quelle che avevamo noi alla loro età, sono più forti e preparati in alcuni ambiti, ma estremamente vulnerabili e fragili in altri. È cambiato anche l’approccio con gli adulti. Molte volte la mancanza fisica e affettiva delle figure tradizionali di riferimento nell’ambito famigliare, fa si che sull’allenatore vengano trasferite da parte del ragazzo aspettative superiori a quelle che sarebbe normale aspettarsi. E questo rende l’adulto certamente più importante e centrale, ma anche, per questo, potenzialmente, più pericoloso.
Allora, chi scende oggi in campo per insegnare calcio, deve crescere culturalmente e deve farlo alla svelta, a partire dal linguaggio sia verbale che corporale. Un giocatore su quarantamila farà almeno una presenza in Serie A, mentre tutti saranno cittadini, genitori, professionisti a cui il calcio avrà trasferito valori che nel corso della vita li avranno sostenuti nelle decisioni, nello studio, nei rapporti con gli altri, nella gestione del corpo e nelle buone pratiche della salute e dell’alimentazione.
Avere tecnici preparati permette di avere tanti giovani pronti ad affrontare lo sport e la vita in modo migliore per se e per le persone che fanno o faranno parte della loro esistenza.
Questo, secondo me è il significato del termine Prevenzione, di cui si parla poco, troppo poco. Oggi si da tanto spazio alla repressione, in modo anche, ovviamente, giustificato. Ma ricordiamoci sempre che una condanna, per quanto giusta e illuminata è pur sempre una sconfitta, sia per il sistema che per le persone coinvolte. Dobbiamo lavorare perché non accadano i fatti di cui stiamo parlando. Questo significa tutelare la componente più fragile nel modo giusto.
La decisione della Corte indica con chiarezza la strada da percorrere. Sta a noi farlo nel migliore dei modi.
Marco Giustinelli



















