A Palazzo Bonaparte, oltre 100 capolavori dell’Art Noveau risplendono fra fascino antico e seduzione moderna. Con la benedizione della “Venere” di Botticelli…

Mucha, un “trionfo di bellezza”

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Il gruppo Arthemisia festeggia così le sue “nozze d’argento” con l’arte: a Roma, con la più ampia e completa mostra mai realizzata su Alphonse Mucha, che offre un confronto aperto e, sotto molti aspetti, esaustivo, intorno al tema della bellezza e della seduzione femminile in stile ‘800.

Fino all’8 marzo 2026, a Palazzo Bonaparte, l’appuntamento con: “Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione”, a cura di Elizabeth Brooke e Annamaria Bava (con la direzione scientifica di Francesca Villanti), trasformerà la sede in via del Corso, in un tempio dell’Art Nouveau, tra oltre 150 opere del pittore ceco e statue antiche, mobili e manufatti di inizio secolo scorso, assieme a alcuni, selezionati lavori di Giovanni Boldini e Cesare Saccaggi, grandi artisti coevi.

“Madrina” d’eccezione: la “Venere” di Botticelli dai Musei Reali-Galleria Sabauda di Torino, icona mondiale del fascino senza tempo; sintesi perfetta di fascino e seduzione e ponte ideale tra Rinascimento e Tempi Moderni.

Il percorso espositivo si snoda attraverso i maggiori temi ispirati al Movimento artistico noto pure come “Liberty”, invitando il visitatore a entrare in quel mondo di fin de siècle, di cui, qui, viene restituita l’atmosfera grazie a un allestimento avvolgente, fra luci, musiche e profumi pensati appositamente per l’occasione.

Dettagli – visivi, sonori e tattili – che contribuiscono a evocare l’incanto di un’epoca che ha reso l’arte parte integrante del quotidiano, nato in un periodo di profonda trasformazione sociale ed economica, per dare una nuova dignità all’artigianato. Sperimentando nuovi materiali (ferro e vetro integrati nelle strutture e nelle decorazioni) e grazie alle asimmetrie che rompono la rigidità del passato, le linee curve e sinuose e al decorativismo ispirato ai temi della natura (piante, fiori e animali), l’Art Noveau si contrappose alla produzione seriale e alla scarsa qualità estetica dei prodotti industriali. Dalla pittura alla grafica, dall’architettura al design; dalla moda alla gioielleria, nacque un linguaggio stilistico unico che proprio in Mucha (oltre che in Klimt, naturalmente) trovò uno dei maggiori esponenti. In lui, ça va sans dire, i Preraffaelliti si saldano alle tradizioni slave, mentre le decorazioni bizantine si mescolano alle xilografie giapponesi…

Ora, la Capitale offre al grande pubblico le opere maggiori di quel maestro nato, povero, nella città morava di Ivančice, che, complici bravura e un pizzico di fortunati incontri, raggiunse fama internazionale nella Ville Lumiere grazie ai manifesti teatrali di Sarah Bernhardt e a quei pannelli decorativi con giovani e seducenti Muse che sono divenute parte dell’immaginario visivo dell’epoca, incarnando una visione rivoluzionaria di femminilità, portatrice di libertà e dignità.

Genio poliedrico, oltre che illustratore, Mucha fu anche grafico, fotografo, scenografo, pittore, creatore di gioielli e anche quello che, ai giorni nostri, si definirebbe “packaging designer”: creazioni pubblicitarie che rivoluzionarono il linguaggio visivo, elevando la comunicazione commerciale a espressione artistica.

Filosofo, pensatore e attivista politico, convinto assertore della capacità dell’arte e della cultura di ispirare i popoli e condurli alla pace: un concetto quanto mai necessario di questi tempi…

Intanto, per l’imminente 2026, Palazzo Bonaparte si candida a teatro di altre due importanti mostre: in primavera, per i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, la più completa mostra mai dedicata nel Belpaese ad Hokusai, e, in autunno, un focus su Kandinskij, padre dell’Astrattismo.

Info: www.mostrepalazzobonaparte.it; www.arthemisia.it