Albano Calcio a 5 in prima fila per la tutela dei minori

Il patron dell'Albano Calcio a 5 Stefano Sette parla del progetto sociale della scuola calcio

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Stefano Sette

“Lo sport deve essere prima di tutto sicurezza.” Chi parla è Stefano Sette, ingegnere gestionale e patron dell’Albano calcio a 5, club che con i suoi venticinque anni di storia si è sempre distinto per serietà organizzativa e per aver saputo sempre coniugare risultati agonistici e attenzione al sociale. “La nostra società nasce con la Mission di dare a tanti ragazzi del nostro territorio una alternativa ai pericoli della strada, – prosegue Sette – creando un ambiente sano e sicuro dove sperimentare attraverso la pratica del calcio a cinque i valori dell’accoglienza, dell’integrazione e della lealtà sportiva. Lo sport non deve essere il fine ultimo, ma il mezzo per diventare cittadini migliori sotto tutti i punti di vista”.

Come nasce l’idea del progetto di tutela dei minori?

“Abbiamo accolto con entusiasmo, fin dalla scorsa stagione, la proposta da parte del Settore Giovanile e Scolastico della Federcalcio di entrare nel novero delle società che hanno lanciato questo progetto in via sperimentale e che dal prossimo futuro verrà condiviso con tutte le scuole calcio qualificate, a livello nazionale”.

Esiste realmente un problema di abuso dei minori nell’ambito sportivo?

“Anche se noi ad Albano, per fortuna, non abbiamo mai avuto casi diretti, i numeri a livello nazionale negli ultimi anni si stanno facendo preoccupanti. Nel 2019, che è l’ultimo anno di cui abbiamo i dati completi, sono decine i casi, in tutti gli sport, dove operatori, apparentemente insospettabili si sono macchiati di crimini odiosi nei confronti specialmente dei ragazzi e delle ragazze più giovani. E stiamo parlando di sentenze passate in giudicato che, come sempre, rappresentano la punta dell’iceberg di fenomeni decisamente più rilevanti. Ma tutelare i più piccoli non è solo questo”.

E, allora, che vuol dire tutelare i minori?

“Garantire ai ragazzi e alle famiglie che ce li affidano un sistema dove lo sport sia inteso come una forma di socializzazione e di benessere fisico e mentale e dove il giovane atleta sia al centro di un processo educativo e sportivo in grado di farlo crescere come atleta, ma anche come persona. Per essere concreti, abbiamo iniziato affidandoci solo ad allenatori qualificati, in possesso di titoli n grado di garantirci una base di competenze specifiche per l’età dei nostri giovani atleti. Oggi, in campo, ci sono laureati in Scienze Motorie, studenti universitari in Scienze dell’Educazione Primaria, Istruttori e Allenatori in possesso di qualifica federale e specializzati nelle attività del Settore Giovanile. Tutti, per quanto riguarda la parte tecnica della Scuola calcio, coordinati da Mister Fabio Belfiori, una garanzia di competenza, esperienza e professionalità, che molti ci invidiano”.

Allora la Scuola Calcio non è solo agonismo?

“Le statistiche ci dicono che solo un ragazzo su 40.000 raggiunge il professionismo nel calcio. Quindi solo lo 0,002% può sperare di fare dello sport una professione remunerativa. Il restante 99,99% sarà comunque un cittadino al quale i valori che trasmettiamo rappresenteranno un elemento fondamentale per la qualità della vita. E quindi lo sport va abbinato allo studio, alla socialità, all’impegno nella comunità di appartenenza, ad uno stile di vita sano. Su queste basi la Scuola Calcio deve essere un ambiente che tuteli e potenzi i talenti, ma che curi anche la crescita di chi, e sono la maggior parte, talenti non sono e vivono lo sport come un momento di puro divertimento e voglia di stare insieme. Ricordiamoci sempre che il calcio è prima di tutto un gioco, poi uno sport ed infine, per pochissimi fortunati, una professione”.

Una rivoluzione culturale, insomma?

“Più che una rivoluzione, una riscoperta delle origini. Il calcio moderno nasce nei college inglesi, in Italia si sviluppa negli Oratori delle Parrocchie. Molti dei Campioni che abbiamo acclamato negli stadi si sono sbucciati le ginocchia all’ombra dei campanili. Oggi, questa funzione educativa viene affidata, a mio parere, allo sport dilettantistico. Per questo dobbiamo prenderci la responsabilità di creare ambienti adatti. Noi, accanto ai tecnici qualificati, abbiamo lo psicologo in campo, che assiste gli allenatori nei rapporti con i ragazzi e le famiglie, abbiamo un professionista della comunicazione che ci aiuta a utilizzare correttamente gli strumenti che ci permettono di presentare la nostra immagine, abbiamo preparatori atletici di provenienza universitaria. Tantissima professionalità, alimentata da altrettanta passione”.

Un impegno di non poco conto?

“Un impegno serio, continuativo, ma anche estremamente gratificante. Un’idea nata dall’intuizione di mio padre e di mio zio Tonino, l’attuale Presidente, che si è sviluppata negli anni mantenendo i principi che l’hanno prodotta. Oggi si sono uniti a noi tanti amici che hanno condiviso la nostra visione che, grazie alla loro disponibilità, sta continuando a crescere ogni anno di più. L’ultimo successo, conseguito nonostante la difficilissima situazione legata alla pandemia, è stato il riconoscimento della nostra Scuola calcio come Scuola Calcio a cinque di Elite. Siamo stati, nel 2020, l’unica realtà del Comitato Regionale Lazio ad aver ottenuto questo risultato. Una enorme soddisfazione, ma anche la consapevolezza di aver creato un ambiente fantastico dove fare sport in modo, come dicevamo all’inizio di questa intervista, sano, sicuro e qualificato”.