Aldo Onorati ad Albano sceglie la continuità

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Aldo Onorati e Nicola Marini
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Aldo Onorati e Nicola Marini

E’ uscito in questi giorni un volume di Aldo Onorati, curato da Marco Onofrio e Fabio Pierangeli, dal titolo “La voce e la memoria” (Edilet editrice), comprendente le più significative interviste che il nostro autore ha fatto, dal 1960 al 1990, ai maggiori personaggi della cultura del secondo Novecento (si va da Pasolini a Carlo Levi, da Dario Fo a Lucio Dalla, da Dom Franzoni a Giacomo Manzù, da Piero Angela a Roberto Rossellini, da Armando Armando a Antony Quinn e molti altri). Il libro ha un taglio etico, insomma impegnato, molto polemico. Ed è attualissimo in quanto vi sono trattati temi urganti e irrisolti anche oggi. Le interviste erano uscite su testate nazionali. Il riproporle insieme diventa un documento di prima mano su quegli anni roventi. La pubblicazione del prezioso caleidoscopio dei fatti e della cultura appartenenti al secondo Novecento, di cui già il Venerdì di Repubblica ha dato per primo la notizia, ci ha indotti a intervistare il prof. Onorati (si deve a lui la formula vincente di aver proiettato i Castelli Romani in Italia e all’estero nella loro antropologia culturale e di aver portato da noi i maggiori studiosi e artisti italiani e stranieri: una sorta di osmosi di cui non gli saremo mai abbastanza grati).

Aldo Onorati, ambasciatore della cultura dei Castelli Romani nel mondo (tradotto in ben 20 lingue) e “genius loci” di Albano. Quelli che stiamo vivendo in città che cosa sono: i giorni della festa della democrazia o la solita campagna elettorale che il 1° giugno sarà finita per lasciare tutto come prima?

” Penso che siano giorni di democrazia. Abbiamo triste memoria dei “partiti unici” che hanno costellato drammaticamente il Novecento in Italia, in Russia, in Spagna, in Cina, in America Latina e in tante altre parti del mondo. La numerosa presenza di liste e nomi concorrenti al seggio di sindaco di Albano è un fatto positivo. L’importante è che la competizione sia suffragata da idee costruttive e non da lotte tipiche dell’Italia erede dei Guelfi e Ghibellini (quando questi ultimi furono sconfitti, i Guelfi si divisero in Bianchi e Neri, ripristinando la guerra che aveva fatto tanti disastri)”.

Albano è una città culturalmente ricca. Identitaria. Palcoscenico della letteratura di Stendhal e Gohethe, della musica di Franz Listz. Qui, anche grazie a lei, hanno trovato ospitalità e amicizia grandissime figure del Novecento. Come può coincidere e quanto può incidere tanta tradizione culturale nell’incedere – che molti temono possa essere straniante – di una realtà come la Città Metropolitana di Roma di cui Albano è parte integrante, più che degnamente rappresentata?

“Io amo il dialetto, non solo quello “albano”, per cui da un lato sono preoccupato per la possibile assimilazione dei Castelli alla Capitale. La perdita di identità è sempre negativa. Però, si va verso la totale globalizzazione. Importante è non dimenticare le piccole radici nostrane. Si può far parte di un’area vasta e “straniante”, e proprio per questo si possono e si debbono rafforzare le identità. C’è un forte clima, nei paesi castellani, di riscoperta degli anni della civiltà contadina, del dialetto (che è il monumento più vivo dell’uomo), delle radici storiche, nonché delle vestigia antiche e moderne. Ciò ha un significato molteplice, che fa sperare bene anche nel processo universale di globalizzazione”.

La cultura è indubbiamente uno dei punti cardine di questa campagna elettorale. Come è stata trattata a Albano negli ultimi cinque anni e cosa dobbiamo aspettarci, vinca chi vinca, nei prossimi cinque?

” Albano ha un primato culturale in crescendo. E ciò da molto tempo: bisogna essere sinceri. Negli ultimi cinque anni da noi c’è stato un pullulare di iniziative, isolate o innervate nei complessi castellani, tanto che alcune volte le programmazioni si sovrapponevano. Forse, via via, gli amministratori, i politici locali, hanno capito che senza la cultura non si fa la storia. Hanno letto qualcosa sui vari mecenati antichi e rinascimentali. Chi si ricorderebbe più del re Ludwig II di Baviera se non avesse aiutato il genio universale di Wagner? I nomi esemplari di Pericle, Augusto, Lorenzo il magnifico, Giulio II e altri Papi, Federico di Prussia, gli Estensi etc., a chi ha orecchie per intendere, insegnano che l’uomo è un essere “culturale” (in senso lato) e che solo il pensiero (sotto ogni forma) conduce la civiltà in avanti e regge al tempo, giustificando talvolta la stessa politica e suffragandola”.

Intellettuali e politica. Esistono ancora quelli davvero “organici”? E quelli che ci sono stati sono stati davvero credibili o hanno comunque perso qualcosa in nome dell’appartenenza delle loro idee a una bandiera chiara e distinta?

” E’ difficile essere intellettuale, o politico, organico. L’intellettuale organico deve sacrificare talvolta molte cose al suo dovere di portare avanti un discorso di difesa tout court del territorio, delle radici, dell’impegno etico, ecologico, ideale, umano, socio-politico. Chi insegue il successo immediato, se ne infischia di queste cose. Talvolta l’ideologia, quando è una carta da parati, blocca l’azione nel senso dell’appartenenza a un diritto-dovere”.

Un candidato sindaco di destra ad Albano sta facendo un’equazione forse fin troppo semplice e non sappiamo quanto giusta: c’è la crisi, mancano soldi per il sociale, togliamoli alla cultura. E’ un ragionamento plausibile, considerando la grave crisi economica, o pressappochista e castrante?

“Lei è giornalista e sa, come lo so io da decenni, che la prima cosa a venir tagliata quando mancano i soldi è la pagina della cultura nei quotidiani. La cultura non paga politicamente nell’immediato (parlo a grandi linee), e quindi spesso è considerata una leccornia di cui si può fare a meno nel nutrimento vitale, senza considerare che la cultura è il pane e il sale della vita. Una civiltà, un Paese, una città, un periodo, si misurano (a livelli storici) dal grado di cultura che esprime e da come aiuta i suoi cosiddetti “inutili ingegni”.

I privati, come avviene correntemente all’estero, possono supportare la cultura senza essere considerati degli “inquinatori”? Il neomecenatismo può essere una ricetta per salvare gli asfittici bilanci pubblici e la dignità di teatri, enti lirici, cinema, musei?

“Il mecenatismo è morto da almeno tre secoli. Il neomecenatismo non lo conosco. Qualcuno ha parlato di inquinamento del neomecenatismo, per cui da esso non sono usciti i Ludovico Ariosto, i Virgilio e gli Orazio, i Michelangelo e i Raffaello, i Giovanni Pierluigi da Palestrina e i Metastasio, i Laurana e i Leon Battista Alberti e, se vogliamo, anche Dante Alighieri, ospitato con grande cortesia e onore dai signori del Trecento, vedi i Malaspina, i della Scala, i da Polenta etc. Vede, ora siamo parte dell’Europa Unita. Mi segua dove voglio arrivare. La cultura unisce i popoli, unisce i tempi, prepara il futuro. I libri, i teatri, il cinema, i musei, la musica, la pittura, la scienza, la ricerca (siamo, in questo campo, che è l’unico a generare ricchezza in prospettiva, il fanalino di coda dell’Europa), sono alla base della società. Ma essi richiedono unione, organizzazione, programmi concordi. In Italia –ripeto- abbiamo il Dna dei Guelfi e dei Ghibellini. E così in proporzione nelle città. La battaglia fine a se stessa (quella giusta è sacrosanta alla libertà e all’onestà degli intenti) per cui tutto ciò che fa chi governa è sbagliato a priori, impoverisce umanamente, culturalmente, indebolendo la struttura sia della città che della nazione. Gli altri popoli non si scannano fra loro per partito preso. Noi sì. Le conseguenze sono sottoagli occhi di tutti e la gente è stanca della “distruttività generale” che ci abitua all’indifferenza, ma fomenta la diffidenza verso le istituzioni e la politica stessa. Non mi si fraintenda: l’opposizione è necessaria, è la vitalità della democrazia, ma non se ne deve fare un uso sbagliato, altrimenti confonde le idee al popolo e fomenta la discordia”.

Domenico Rea l’ha definita “un Castello Romano vivente”. Noi ci permettiamo di definirla pietra angolare del pensiero legato a tradizioni, usi, costumi di Albano. Lei è il tramite che da sempre, con una straordinaria facilità passa e mette in comunicazione gli ominidi delle cantine dei Sampaveli a, appunto, Pasolini, Rea, Piero Angela, Solange De Bressieux etc. Facendo una sintesi tra mondi tanto distanti: quale è il messaggio che con maggiore forza, urgenza, impegno vorrebbe inviare al prossimo sindaco di Albano?

“Prima di tutto un augurio: quello di trovare collaboratori efficienti e opposizione costruttiva. Il messaggio è questo: non fare il solito sbaglio di molti che credono di poter risolvere tutto da soli: si contorni, il prossimo sindaco, di esperti in ogni settore, a qualunque colore politico appartengano. Onesti e preparati, ed anche umili. Per il bene di Albano bisogna collaborare, non finalizzarsi al negativo. Inoltre, il Sindaco è il fratello maggiore di ogni cittadino: il suo dovere è quello di ascoltare, gli costi pure la salute. La torre d’avorio ha rovinato tanti, durante la storia, che avevano cominciato bene e possedevano requisiti adatti al loro difficile lavoro”.

Come vede il presente agone politico-amministrativo

“Sono alquanto ottimista, considerando che le persone candidate a sindaco sono degne di attenzione e considerazione. Mi auguro che ci sia continuità nel lavoro, nel programma iniziato dal sindaco Nicola Marini, qualunque candidato salga a Palazzo Savelli. Secondo me, bisogna dare tempo al tempo per compiere un mandato che richiede capacità a 360 gradi, onde poter concludere un discorso aperto lealmente al futuro. Soprattutto, il Sindaco, il quale è per l’appunto il primo cittadino, deve essere presente “in toto” nella città, espletare le funzioni inerenti il suo ruolo con l’aiuto di una equipe (lo ripeto), e deve ascoltare con pazienza anche l’ultimo dei cittadini, pur se questi non lo ha votato. Per principio voglio vedere conclusi e a buon porto i discorsi aperti, e a ciò talvolta – con tutta la buona volontà – non basta un quinquennio”.

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