Altro che Orban, la Meloni somiglia alla Thatcher

Dallo sfondamento nelle regioni rosse alla valanga del nord. Ecco perchè il voto alla Meloni ed a Fratelli d'Italia è tutto politico

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Giorgia Meloni alla Fiera di Roma durante il XIX Congesso della CISL, Roma, 25 Maggio 2022. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Vi ricordate una promessa elettorale di Giorgia Meloni su cui abbia basato il successo del 25 Settembre? Una quota 100, un reddito di cittadinanza, una flat-tax, con cui spiegare la penetrazione della sua proposta politica presso gli italiani?

Non potete ricordarla, perché non c’è, ed è questo il dato che differenzia l’esito di queste elezioni rispetto a quelle degli ultimi lustri: ma allora perché ha vinto la destra?

Fratelli d’Italia ha vinto perché per la prima volta dopo oltre un decennio il voto è tornato ad essere più politico che emotivo, più identitario che tematico. E questo significa che il consenso raccolto è molto meno volatile di quello ottenuto dai suoi illustri predecessori: Renzi, Di Maio, Salvini, perché frutto di alcune trasformazioni profonde avvenute dentro la società.

La salita a Palazzo Chigi di una donna che porta su di se la travagliata storia ed il percorso accidentato della destra, dal Movimento Sociale ad Alleanza Nazionale, l’affermazione di un partito, Fratelli d’Italia, che di quei due è prosecutore ed erede, sancisce la definitiva conclusione del lunghissimo dopoguerra italiano. Nulla potrà essere più come prima nella narrazione repubblicana fino ad oggi egemonizzata dalla sinistra, perché un conto è partecipare al governo come secondo partito della coalizione e terzo in Italia, un conto è fare un governo da Primo Ministro, con il partito più votato dagli italiani. D’ora in poi cianciare sulla fiamma tricolore non avrà alcun senso, ammesso ne avesse prima, e se la Meloni vorrà toglierlo dal logo, non sarà per imposizione esterna o inutile manierismo, ma per una scelta sua e del suo partito.

Questo è stato il voto delle prime volte e degli inediti, come il consenso raccolto al nord da FdI, su cui a mio avviso non ci si è soffermati abbastanza, liquidandolo come una protesta verso la leadership di Salvini. Il 32% in Friuli, il 30% in Veneto, il 28% in Lombardia e il 27% in Piemonte, non possono essere catalogate come percentuali di protesta, ma segnano qualcosa di diverso. Prima di tutto perché Fratelli d’Italia è l’unico partito che si è espresso per il no al referendum sull’autonomia, pagandone un prezzo nell’immediato sul territorio, isolato dal coro che andava dalla Lega al Pd, passando per i neo-centristi. Parrebbe curioso che l’elettorato leghista, per protestare, non si sia accorto di questo particolare non proprio insignificante, visto che del federalismo ne ha fatto una ragione di vita per 30 anni. Poteva votare Forza Italia, se voleva rimanere nell’ambito del centrodestra, o Calenda, ma ha scelto Meloni. Credo sia opportuno interrogarsi sul vero perché.

Personalmente credo che negli anni Giorgia Meloni abbia lavorato molto per disegnare un partito produttivista, che si togliesse di dosso l’immagine della destra assistenzialista a trazione meridionale, cosa che non era mai riuscita ad Alleanza Nazionale.

Così come penso che il tema dell’autonomia non sia più in testa alle agende degli italiani del settentrione, anche se alcuni governatori del carroccio lo utilizzeranno per scalzare Salvini da via Bellerio, in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini.

Non è un caso che la campagna di FdI al sud sia stata incentrata sulla critica al reddito di cittadinanza, cosa che è costata almeno 1 milione di voti, con il quale avrebbe agevolmente raggiunto il 30% nazionale. Avrebbe potuto lisciare il pelo ad un elettorato meridionale, storicamente ben disposto verso la destra, talmente sfiduciato e distante dalle istituzioni che ha scelto o l’astenzione o la clientela alle promesse gratuite di Conte, ma non lo ha fatto.

Dopo di che si è manifestato un significativo sfondamento della destra nelle regioni rosse, che più rosse non si può. Oltre a Marche e Umbria, già governate dal centrodestra, il Pd perde anche Emilia Romagna e Toscana, in quest’ultima subendo addirittura lo smacco di vedere FdI primo partito regionale. Non sono fenomeni passeggeri, ma il suggello di un lento processo di crescita della destra in quei territori, che dura da anni e che vede nell’insediamento di sindaci e amministrazioni comunali capaci di riscuotere e consolidare il favore dei cittadini, un segnale trascurato da sinistra e media, a proposito di classi dirigenti.

Concludendo: il voto del 25 Settembre a Fratelli d’Italia è stato un voto politico perchè la proposta di Giorgia Meloni era basata su un cambio di sistema e non su una pur comprensibile protesta momentanea. E’ stata votata una leadership che ha incarnato un modello diverso, in tutto e per tutto, rispetto agli ultimi 15 anni, per l’Italia e per l’Europa. Questi concetti verrà utile rammentarli quando verranno i momenti complicati per il prossimo governo e per l’Italia, quando le resistenze, non al fascismo, ma al cambiamento, si faranno sentire molto di più rispetto alle urla sguaiate con cui si sono esibiti i vari saltimbanchi dello star system di casa nostra. Perché, se qualcuno non l’ha ancora capito, varrà la pena dire subito loro che Giorgia Meloni non è tipo da retrocedere quando la battaglia si farà più dura, ne si farà intimorire dalla tempesta che è chiamata a fronteggiare. Più che Orban, la sinistra italiana dovrebbe iniziare a pensare di avere davanti una Thatcher, almeno per il temperamento.