Con Veronica Cimino finisce l’illusione civica ai Castelli Romani

L'editoriale di Andrea Titti sul momento e le prospettive della politica locale prima delle imminenti elezioni in Regione Lazio

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Veronica Cimino - Foto Tratta dal Web

La notizia della caduta, per sfiducia della maggioranza dei consiglieri comunali, della giunta di Rocca di Papa, guidata dalla Sindaca Veronica Cimino, non ha destato grande scalpore, derubricata come un fatto politico ristretto alla cittadina rocchigiana.

Io credo invece che non sia così: la caduta della giunta Cimino non è solo un fatto paesano, ma riguarda la politica dell’intero quadrante dei Castelli Romani, e non solo.

Certamente hanno influito sull’esplosione della crisi anche accadimenti locali, vedi la questione del Comandante della Polizia Locale, ma l’evoluzione e la conclusione della stessa affondano le radici tutte nella politica.

Veronica Cimino nasce come Assessore e Vice Sindaca del compianto Emanuele Crestini, al quale è succeduta dopo i tragici fatti, all’interno di una compagine tutta civica, che nel civismo aveva trovato le ragioni dello stare insieme e del consenso, molto ampio, ricevuto dai cittadini, in due diverse tornate elettorali.

Un consenso, quello al civismo, che ha interessato molte città dei Castelli negli ultimi lustri. Ariccia, Frascati, Grottaferrata, Genzano, sono alcuni esempi di come giunte senza liste di partito in appoggio si siano affermate, in un tempo in cui soffiava forte il vento dell’antipolitica, ed il Movimento Cinque Stelle pareva potere radicarsi in pianta stabile anche in questo territorio.

Un pezzo alla volta però sono caduti tutti i bastioni del civismo, di cui Rocca di Papa è stato solo l’ultimo a resistere fino a ieri.

Un po’ il ritorno del Partito Democratico targato Bruno Astorre, che ai Castelli vede una delle sue roccaforti, un po’ l’ascesa del centrodestra a trazione Lega prima e Fratelli d’Italia ora, hanno ristretto di molto gli spazi di un civismo, che a guardare proprio bene, vedeva nel suo essere impuro, un tarlo che lo ha portato ad essere una meteora.

Impuro perché dietro la targa civica in realtà si è nascosta una politica che non aveva il coraggio di identificarsi e presentarsi con il proprio volto. Non sono stati pochi i casi di esponenti che nelle città si presentavano con l’etichetta civica ma che fuori dal Comune rivestivano la casacca di partito.

Non sono stati pochi i casi in cui, dietro la maschera civica si celavano intere correnti di partito che, in polemica con le linee nazionali e regionali dei loro riferimenti, sceglievano la scorciatoia civica per trovare spazi di manovra, e di potere, locali.

Più che civismo allora, possiamo parlare di istinto di sopravvivenza di una politica in affanno, dal fiato corto, che per salvarsi dall’ondata grillina, ha trovato un modo per riciclarsi, a volte cavalcando anche la stessa protesta, laddove i pentastellati non si sono dimostrati in grado di interpretarla.

Anche nel resto dell’Area Metropolitana di Roma assistiamo allo stesso fenomeno. Con tempistiche diverse, se si esclude la più recente vittoria civica a Guidonia, che però crediamo stia già ridefinendo nuovi equilibri.

La realtà è che la politica si sta riprendendo i suoi spazi: fallito l’esperimento del terzo polo a livello nazionale, sotto le attese il 25 Settembre, si sono esauriti gli spazi per offerte costruite in laboratorio anche sui territori.

Il ritorno impetuoso del centrodestra, della destra soprattutto, che in Provincia di Roma ha sempre rappresentato un consenso di massa, ha ridefinito il quadro. Non si può ancora parlare di bipolarismo classico, perché a sinistra esiste un duello per l’egemonia tra Pd e Cinque Stelle, ma certamente sono finite le velleità di chi stando nel mezzo, pensava di fare l’ago della bilancia, magari cambiandosi d’abito a seconda delle circostanze, o convenienze, fate voi.

Erano gli anni tra il 2016 ed il 2019, quando Virginia Raggi guidava l’assalto al Campidoglio, trainando le vittorie in centri nevralgici come Guidonia, Marino, Genzano, Pomezia, e noi scrivevamo in un editoriale di quanto ad avere destabilizzato la geografia del consenso non fosse stato un rimescolamento a sinistra, ma la scomparsa di Alleanza Nazionale, ossia di un soggetto di destra capace di catalizzare consensi maggioritari in tutto il quadrante. Fummo molto criticati, perché consigliavamo al Pd di guardare al centro e non a sinistra, perché li erano i voti contendibili. Dopo qualche anno possiamo dire di avere avuto ragione. Perché la destra si è ripresa il suo, e come sempre ha saputo guardare ad un elettorato moderato, conquistandone i favori, basti pensare che oggi sondaggi attendibili ed i risultati delle politiche attestano il partito di Giorgia Meloni comodamente sopra il 30%, mentre il Partito Democratico arranca senza ne meta ne identità, insidiato dai Cinque Stelle, con forti probabilità di perdere anche la Regione Lazio, con percentuali di lista che agitano i sonni dei dirigenti Dem.

Il tutto mentre il cosiddetto terzo polo, che nelle condizioni più favorevoli, non solo non ha saputo approfittare dell’immagine di Carlo Calenda nel post voto di Roma Capitale, ma si è accontentato del piccolo cabotaggio, ritagliandosi uno spazio gregario, come satellite della galassia astorriana. Una specie di corrente esterna del Pd, buona a garantire qualche posizione di prestigio a spezzoni di personale politico, priva però di qualsiasi contenuto progettuale che abbia un respiro..