
Simpatico, versatile, carismatico, Elio Germano torna alla Festa del Cinema di Roma con Alaska, l’ultimo film di cui è protagonista e per il quale ha ottenuto copiosi complimenti. Gioca in casa l’attore, nato a Roma trentacinque anni fa. Come l’altro romano di questa Festa, il regista Gabriele Mainetti, che ha stregato la stampa e il pubblico con la violenta ironia del suo Jeeg Robot, anche Germano esordì giovanissimo nella serie di successo Un medico in famiglia. In breve tempo poi, con la disinvoltura che lo caratterizza, Elio è passato dalla TV al cinema, quello d’autore. Si è aggiudicato ben 3 David di Donatello come miglior attore protagonista: in Mio fratello è figlio unico (2007) e La nostra vita (2010) di Daniele Luchetti, e in Il giovane favoloso (2014) di Mario Martone, dove interpretava il poeta G. Leopardi. Questa volta, invece, veste i panni di Fausto nella nuova pellicola di Claudio Cupellini, già regista di Lezioni di Cioccolato e della serie televisiva Gomorra. Alaska è la storia di due persone che non possiedono nulla se non loro stessi. Non hanno radici, non hanno neanche un posto dove sentirsi a casa. Si conoscono per caso, sul tetto di un albergo a Parigi: un primo incontro in cui si riconoscono fragili, soli e ossessionati da un’idea di felicità che sembra irraggiungibile. Fausto è italiano ma vive nella capitale francese, lavorando come cameriere in un grande albergo. Nadine (Astrid Berges – Frisbey) è una vivace e determinata ventenne francese. Il destino ha in serbo non pochi ostacoli e sorprese per questo amore. “Un film di pancia, di carne, di vita”, ha dichiarato Germano.
A presentare il film in conferenza stampa il regista Claudio Cupellini, gli attori Elio Germano e Elena Radoncich, gli sceneggiatori Filippo Gravino e Guido Iuculano, e i produttori Fabrizio Donvito e Paolo Del Brocco:
al regista e a Germano: il personaggio di Fausto è dipinto come una persona che perde facilmente il controllo, per poi diventare uno stimato direttore di un albergo lussuoso. Cosa gli succede?
Cupellini: “Fausto è un personaggio inizialmente aggressivo, dominato dai furori della gioventù. Nel corso della storia, nel lungo arco di tempo di cinque anni, compie un percorso di maturazione. Abbiamo raccontato una storia che è anche un romanzo di formazione: dall’atteggiamento iniziale, un po’ punk, Fausto matura attraverso un’escalation sociale, diventando prima proprietario di un locale e poi direttore d’albergo”.
Germano: “È proprio il non riuscire a controllare le proprie emozioni a renderlo un personaggio umano e scomodo per come va il mondo. Fausto resta un essere umano, ricevendo così il plauso dei dipendenti dell’albergo che dirige. La storia è costruita intorno a persone che sentono la scomodità delle proprie emozioni, in contrasto con la loro carriera, con le loro ambizioni. Sono personaggi che riescono a trovare un centro, passando per tutti gli estremi possibili”.
a Germano: il tuo è un personaggio già strutturato, portatore di valori che tira fuori durante il suo percorso di crescita. È un bellissimo personaggio: sano, con dei principi, che sa di valere. I suoi entusiasmi iniziali derivano proprio dalla sua fiducia in se stesso, dalla consapevolezza di essere un uomo serio e rispettoso.
Germano: “Nella mia visione il film è la corsa ad ostacoli di tutti i personaggi verso la felicità, verso il trovare una propria posizione, una propria serenità. Come tutti noi nella vita, all’inizio sono abbagliati dalla ricerca di questa felicità in un’ambizione, nel diventare qualcuno agli occhi degli altri. Nel corso del film imparano a loro spese che i sentimenti, scomodi per la realizzazione di una carriera, diventano la giusta chiave per la salvezza. Il film ha la struttura di una storia epica: Fausto come Faust, l’eroe che stringe il patto col diavolo, ma anche come Fausto Coppi, impegnato in un’eterna salita”.
Cupellini: “Scrivendo i personaggi, li abbiamo immaginati come una combinazione di colori, di luci e ombre. Sono fatti di contrasti, di errori, ma anche di slanci: è questa la bellezza e la complessità del nostro vivere”.
agli sceneggiatori: per la storia d’amore vi siete ispirati a Romeo e Giulietta, il cui amore è ostacolato e sfiorato dalla tragedia?
sceneggiatori: “In realtà abbiamo cercato un modello più contemporaneo e l’abbiamo trovato in F. S. Fitzgerald: Il Grande Gatsby è proprio la ricerca dell’amore attraverso l’ascesa sociale. Nel nostro film, il terreno su cui è sviluppata la storia d’amore è quello della ricerca della felicità: Fausto all’inizio identifica la via alla felicità col denaro, mentre Nadine crede che la felicità non esista. Quello che segue è un dedalo tra gli ostacoli nel percorso verso la felicità. La questione centrale è: rende felici l’amore o il denaro?”.
a Germano: uno dei temi del film è la ricerca della felicità, che però porta i personaggi a rendere infelici qualcun altro, come spesso succede nella vita reale.
Germano: “Siamo allevati in un mondo in cui ci fanno credere che la felicità sia fatta di traguardi e obbiettivi, da raggiungere anche scavalcando il prossimo. È una felicità a danno di qualcun altro. Il processo di maturazione dei personaggi, invece, consiste nella scoperta che la felicità è qualcosa che si riesce a dare a qualcun altro, non qualcosa preso da qualcun altro. Ci arrivano smettendo di costruire la propria immagine di vincenti, di persone affermate nella società, in una gara continua che non si sa bene dove li debba portare. Fausto prova ad assaporare quello che ha sempre sognato ma scopre che non lo riempie. È la condivisione di emozioni, invece, a riempirlo. Quando riusciamo a liberarci delle illusioni con cui siamo cresciuti, capiamo che ciò che ci fa stare meglio è fare qualcosa per qualcun altro”.
sceneggiatori: “Raccontiamo due persone che nello slancio verso la felicità risultano potenti, in senso epico. Il titolo Alaska rimanda proprio alla corsa all’oro”.
a Germano: negli ultimi tuoi film hai interpretato ruoli impegnativi. Qual è il tuo approccio ai personaggi, che tecnica usi?
Germano: “Sono contro le tecniche e i manuali. Quello dell’attore è un mestiere dove ciascuno deve capire come muovere se stesso, il proprio corpo, senza imitare nessuno. Ogni film è un mondo a sé, non c’è un modo predefinito di lavorare. In questo film abbiamo lavorato sulla lingua, sui personaggi: non volevamo appiattirli ma farli respirare”.
a Germano: ti abbiamo visto spesso in ruoli faticosi, drammatici, introspettivi. Quando ti vedremo in un ruolo comico?
Germano: “Ho fatto e continuo a fare parti comiche. Proprio qui a Roma, due anni fa, ho presentato L’ultima ruota del carro, e anche adesso sto lavorando a un ruolo di questo tipo. Ce la metto tutta, anche se forse queste parti non vanno bene per me”.
a Germano: spesso hai dichiarato di non sentirti un divo. Come vivi tutto questo?
Germano: “Il massimo del mestiere dell’attore è sparire dentro la storia. É un mestiere passato dall’essere il più infamante e degradante, fatto solo da gente che non aveva famiglia, a essere di moda: è diventato un mestiere legato alla vendibilità. Io, invece, sono affezionato alla missione dell’attore che si perde nella storia, che non parla di sé, e farei parlare solo autori, registi e montatori: un film si fa alla scrittura e al montaggio. Questo è un film a cui tengo moltissimo, non viene da un successo letterario, ma è puro e inventato. È un film libero, ispirato al cinema europeo, con personaggi qualitativamente alti: sono personaggi scissi, shakespeariani, quelli che studiamo nelle scuole di teatro”.




















