I giovani dimenticati nella pandemia

Mobilitiamo tutti gli attori del territorio per una riflessione sui giovani, i veri invisibili nella pandemia. L'idea di Meta Magazine e della Psicologa e Psicoterapeuta Rosj Guido

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I giovani sono stati di gran lunga i più penalizzati durante la pandemia. Le scuole sono state le prime a chiudere e le ultime ad aprire, a singhiozzo e con modalità che non hanno praticamente mai garantito ne la continuità ne la normalità didattica in presenza. Se non bastasse, all’interno del dibattito tra aperturisti e rigoristi, i ragazzi e le ragazze sono stati indicati come i nuovi untori. Coloro a cui imputare la cosiddetta seconda ondata, a causa di una tendenza a trasgredire le regole, del tutto priva di prove fattuali, ma comodamente utilizzata da media e istituzioni, come paravento a copertura di disservizi, errori ed inefficenze nella gestione dei contagi. La libertà dei giovani, ancor più di quella di tutte le altre fasce sociali, è stata messa sul banco degli imputati, tradotta come una devianza. Per questo la voglia di divertirsi, anche nei modi più sani, è stata additata come una trasgressione, così come l’esigenza di stare assieme, riunirsi, coltivare i rapporti umani ed i legami di gruppo. Un combinato disposto, unito ai mutamenti imposti dalla circolazione del virus, che ha abbattuto il cardine esistenziale dei giovani, la loro socialità.

Tutto questo ha portato ad un silenzioso fenomeno di massa, quello dello straniamento, dell’isolamento, con crescita anche di alcune patologie psicologiche quali gli stati d’ansia, lo stress, l’irritabilità, la chiusura in se stessi. Abbiamo assistito al progredire di nuove patologie quali “la sindrome della capanna”, che ha investito giovani e meno giovani. Una sindrome che può senza ombra di dubbio essere considerata la conseguenza diretta di un sistema che ha dovuto penalizzare le relazioni sociali, che ha imposto il distanziamento, che ha seminato terrore. Una realtà nella quale anche tra congiunti si è manifestata la difficoltà ad incontrarsi, dove un abbraccio cercato era strettamente legato ad un rifiuto che preservava la salute fisica a scapito di un’affamata salute emotiva. La vita interiore si è trasformata così come si sono trasformate le modalità attraverso le quali si vivono le emozioni.  La solitudine è divenuto uno dei principali problemi sociali, per ora disconosciuti o non affrontati con la necessaria attenzione da parte delle istituzioni ad ogni livello. Il ritiro emotivo e sociale che ha coinvolto ciascuno dei nostri giovani ha inevitabilmente avuto delle ripercussioni nelle rispettive famiglie, nel modo di vivere la scuola, nella gestione delle relazioni con la società, con le istituzioni, con i pari.  Questo si è andato ad aggiungere ad uno stato psicologico di disagio da parte delle nuove generazioni, che già vedeva la crescita di fenomeni quale il bullismo, la difficoltà da parte delle naturali agenzie educative, famiglia e scuola, di gestire la crescita dei ragazzi nel contesto sociale, come persone e cittadini. La maggiore disponibilità dei mezzi virtuali ormai utilizzati in ogni contesto ha inoltre amplificato la tendenza a mettere in atto provocazioni e comportamenti violenti nel cyberspazio, aggravando una realtà che si rende ancor più difficile da controllare, che può lanciare nell’etere messaggi aggressivi, violenti, tesi a ledere nel profondo chi ne è vittima.

Il disagio può portare alle estreme conseguenze, come accaduto recentemente anche ai Castelli Romani, in cui si sono verificati numerosi casi di suicidio tra giovani e meno giovani, sulle cui cause, variegate, certamente, il contesto di cui sopra ha avuto una sua incidenza.

L’analisi del fenomeno può portare ad una maggiore conoscenza di quanto accade. Appare quanto mai necessario proprio a partire da quanto i fatti di cronaca ci raccontano, provare a capire che cosa spinge una giovane anima a commettere gesti così irreversibili: cosa spinge un giovane a scegliere la morte alla vita.

Cosa porta un giovane a pensare che per lui non ci sia più nulla da fare, che non possa essere utile e possibile chiedere aiuto alla propria famiglia, o al gruppo dei propri pari.

Crescono i casi di bullismo nelle scuole e nel gruppo di pari, aumentano i casi di atti di autolesionismo. il dolore fisico è più sopportabile di quello emotivo. Emerge una vera analfabetizzazione emotiva, la mancanza di empatia e la difficoltà a manifestare affettività.

Tali criticità coinvolgono la famiglia, la scuola, il mondo dello sport e dello svago. Tutto questo ci deve portare inevitabilmente ad interrogarci non solo sui cambiamenti che avvengono intorno a noi, ma anche sulle modalità che possiamo mettere in atto per fronteggiare le nuove esigenze dei ragazzi.

Per questo pensiamo di mobilitare in una riflessione comune tutti gli attori del territorio che, a vario titolo, agiscono sull’educazione, integrazione e socializzazione delle nuove generazioni nella nostra società, al fine di produrne un approfondimento capace di interrogarsi  sulle necessarie e concrete risposte da offrire alle istituzioni, su un tema purtroppo emarginato dal dibattito pubblico, locale e nazionale.

Rosj Guido: Psicologa e Psicoterapeuta

Andrea Titti: Direttore Editoriale Meta Magazine

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