Il Quirinale e la supercazzola di un sistema finito

Non il Quirinale ma il futuro del Parlamento agita i partiti prigionieri delle loro trame e vittime delle tecnocrazie che fino ad ora li hanno salvati

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Ogni elezione del Presidente della Repubblica è una scelta politica, la più politica delle scelte. Altro che super partes, ogni inquilino del Quirinale ha incarnato una stagione della politica italiana, perché frutto delle scelte dei partiti e di come essi hanni inteso rappresentare e prefigurare la società di quel tempo.

Dopo che la politica da 10 anni si è consegnata nelle mani dei tecnici, le cui influenze non di rado sono arrivate da entità straniere, oggi i nodi stanno arrivando al pettine, ed i partiti, che vorrebbero riprendersi il loro primato, si trovano ingabbiati dalle loro stesse trame.

Se il problema fosse individuare il profilo più alto, in grado di rappresentare l’Italia nel mondo e di far rispettare la Costituzione in Italia, già domani sera avremmo il nome. Si perché a detta di tutti, ma proprio tutti, Mario Draghi è il migliore.

Ma non sarà così, e prima di arrivarci, magari allo stesso Draghi, ne passeranno di giorni e di contorsioni: ma perché?

Perché l’interesse che muove i partiti dell’attuale maggioranza, i veri king-makers per dovere, non è quello di eleggere il migliore al Quirinale. L’interesse dei partiti di quello che qualcuno vorrebbe fosse il nuovo arco costituzionale, è quello di garantire a loro stessi ed al sistema di questi ultimi 10 anni, una tranquilla sopravvivenza, almeno fino al 2023. Il problema è che, questo sistema è giunto a consunzione, e nel suo colpo di coda rischia solo di far perdere all’Italia altro tempo prezioso, bruciando magari nel suo stesso falò, figure di indubbio prestigio come quella dell’ex Governatore della BCE.

Si perché ciò che agita leaders e capi corrente non è il Quirinale ma Palazzo Chigi.

I governi nati da operazioni di Palazzo potranno avere esaltato le qualità macchiavelliche di qualche personalità, Renzi su tutte, nel risico parlamentare il fiorentino è il migliore per distacco, ma hanno balcanizzato i grandi partiti, che hanno deciso di barattare la politica con il potere, scegliendo di restare al governo, con chiunque ed a tutti i costi, abdicando di fatto al ruolo che la Costituzione e la democrazia gli assegnerebbe, quello di indirizzare la società secondo quelli che sono i loro principi, e non secondo gli umori del pallottoliere.

Ecco perché Movimento Cinque Stelle, Lega e Partito Democratico, ciascuno a suo modo, sono giunti all’appuntamento in affanno, senza un vero progetto politico che non sia la tattica del tirare a campare.

Perché è sul Governo e sulla durata della legislatura che si stanno facendo le conte, sulla pelle della Presidenza della Repubblica, e dell’Italia.

L’elezione di Draghi terrorizza Salvini, impegnato anche sul fronte che lo vede protagonista di una OPA, più o meno ostile, su Forza Italia e Berlusconi, perché tenere la Lega al Governo con la sinistra senza l’attuale Premier sarebbe assai difficile, tanto più in un anno pre elettorale come il 2022. Per questo ha lanciato l’idea del Governo dei leaders, con tutti i segretari di partito dentro, immaginando così per se un ritorno al Viminale, e costringendo Giorgia Meloni all’ennesimo no, che significherebbe la rottura definitva del centrodestra, ammesso ce ne sia ancora uno.

Ma ve lo immaginate il Pd sostenere un governo con Salvini agli interni? E ve lo immaginate Salvini sostenere un governo retto da un tecnico di secondo piano, un sostanziale prestanome, o peggio un Presidente del Consiglio tutto politico, Franceschini o Enrico Letta, con la Meloni all’opposizione?

Forse si capisce in questi momenti la differenza di una leadership femminile: vai a spiegare ad una donna la differenza tra giusto e conveniente? Specie se la convenienza è solo tua e non sua.

Il Pd appare più sereno, l’aggettivo non è un caso, solo perché ha completato la sua mutazione genetica, da partito del centrosinistra a partito del governo, ma anche li covano sotto la cenere questioni irrisolte sin dalla sua nascita, pronte ad esplodere appena la prospettiva dei ministeri affievolirà il suo effetto allucinogeno agli occhi di questo o quel capo cordata.

I Cinque Stelle sono più semplici da analizzare. L’unico ad aver capito l’antifona è Luigi Di Maio, il resto sono zatteranti che cercano il tempo giusto per tuffarsi giù dalla nave alla deriva, meglio se su una zattera buona per non affogare la loro personale ansia di restare nel giro che conta.

Ecco perché ogni vertice, ogni comunicato roboante di questi giorni, è una gigantesca supercazzola, che vorrebbe nascondere una realtà fatta di sostanziale impotenza, di una classe politica che ha rinunciato da troppo tempo al suo ruolo.

Una giostra che si protrarrà fino a quando qualcuno non staccherà la corrente, un secondo prima del baratro, imponendo loro il nome giusto, che obbedienti come una ciurma di scolari faranno proprio, fingendo di amarlo sopra ogni cosa, sperando di restare a galla anche stavolta.

Solo che stavolta, i veri padroni del vapore, e della corrente, gli stessi che stanno giocando con i prezzi delle bollette come un cappio da stringere o allentare al collo di quel che resta del nostro sistema produttivo, potrebbero stancarsi di una classe dirigente dimostratasi, anche ai loro occhi e per i loro interessi, inadatta. Forse sta proprio qui l’unico, l’ultimo, spiraglio di speranza per l’italia, di riprendere in mano il suo destino, come già accaduto tante volte quando tutto sembrava perso.