Intervista al professor Telmo Pievani

Telmo Pievani parla con Meta Magazine, intervistato da Giancarlo Montoni, del suo ultimo lavoro Finitudine

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Finitudine

Telmo Pievani, insegna Filosofia delle scienze biologiche all’Università degli studi di Padova. E’ direttore del portale Pikaia. Collabora con il Corriere della Sera e con le riviste Le Scienze e Micromega. Abbiamo parlato con lui del suo ultimo lavoro, Finitudine. La Terra è vecchia. La scienza ci ha confinati in una posizione marginale della storia e dell’universo. Fragili,
condannati alla finitezza. Dobbiamo, dunque, rassegnarci? Cedere al nichilismo? Albert Camus, sopravvissuto all’incidente stradale del 4 gennaio 1960, e Jacques Monod ci guidano in questo giallo filosofico, sfidando la finitudine e fornendoci la chiave per interpretare il mistero laico della nostra esistenza.

Finitudine, romanzo filosofico. Un giallo che ci svela da subito il nome dell’assassino. Come per il suo libro precedente, Imperfezione, ha scelto un titolo di una sola parola, chiaro, diretto.

“A me piacciono molto i titoli di una parola sola. Quando posso cerco sempre di concentrarmi su porte di accesso legate a un termine unico. Imperfezione era ideale perché legato a un format saggistico: una storia naturale dell’imperfezione, quindi andava molto bene. In questo caso, con Finitudine, era un problema di secondo grado perché ho pensato che potesse essere interessante cambiare format, cambiare linguaggio. Per me la comunicazione della scienza deve essere cosi, deve sperimentare nuovi linguaggi. Non possiamo continuare a fare divulgazione della scienza utilizzando solo i canali tradizionali, come i saggi, le conferenze, le presentazioni. Dobbiamo sperimentare. Allora il romanzo filosofico, che ha una lunghissima tradizione, mi sembrava molto adatto perché lo spunto narrativo è l’amicizia tra Albert Camus e Jacques Monod. L’idea quindi è stata quella di non fare morire Camus, almeno per un po’, immaginando che i due potessero scrivere un libro insieme. Avevo quindi il problema di secondo livello su cosa avrebbero potuto scrivere
insieme. Ho pensato che la finitudine potesse essere il tema perché unisce, molto efficacemente, la grande questione della condizione assurda di Camus che troviamo ne Lo straniero, Il mito di Sisifo e L’uomo in rivolta e quel meraviglioso spunto di Monod che dice in Il caso e la necessità: siamo zingari nell’universo, immersi in una natura indifferente, ma dobbiamo trovare un senso a tutto questo. Ho pensato a una specie di giallo nel quale viene svelato subito il colpevole (anche perché nei romanzi filosofici quello che conta è
l’argomentazione) e nel quale i due, da laici naturalisti, provassero a sfidare a modo loro l’idea appunto di finitudine, non solo umana ma finitudine di tutte le cose. Nell’arco narrativo c’è una pars destruens iniziale, quasi sconfortante, ma se il lettore regge fino a pagina 150 subentra la pars construens di tipo politico, etico e cognitivo”;

Finitudine, come macchina del tempo, o meglio, macchina dello spaziotempo, siamo immersi nello spaziotempo e racchiusi tra un sottile strato di ozono e il magma sotto di noi.,

L’idea è emersa proprio da lì. Il libro è nato per caso studiando Monod perché quest’ anno è il cinquantenario de Il caso e la necessità, quindi stavo ricostruendo quel percorso che mi interessava. Monod è stato un protagonista della fondazione della biologia molecolare, di quelle ricerche che ci hanno portato ad avere le biotecnologie. Il Nobel che è stato dato quest’anno (Nobel 2020 per la chimica ndr) è tutto figlio delle ricerche e delle intuizioni di Monod, insieme con Jacob e Lwoff e altri. Rileggendolo mi è tornata alla mente l’amicizia con Camus. Ho pensato quindi di immaginare Camus gravemente ferito e non morto
nell’incidente, che è poi una contingenza storica come tante altre che ho sempre immaginato nell’evoluzione. Mi ha colpito molto che le due persone che nell’auto erano sedute dietro, cioè la moglie e la figlia dell’editore Michel Gallimard, siano rimaste illese. C’è sempre l’elemento tragico, sarcastico di certe svolte della nostra vita e anche quello è coerente con il percorso narrativo perché, appunto, noi siamo chiusi tra un sottile strato di ozono e il magma sotto di noi. Dunque, possiamo dire che c’è un tra Imperfezione e Finitudine che fa riflettere sulla nostra vulnerabilità e fragilità, e su come possiamo
trasformarle in un’occasione di riscatto. In un’occasione di creatività nel caso di Imperfezione, qui in un’occasione di libertà. Tra le virtù della finitudine, per Monod e Camus, c’è proprio la libertà. Siamo vulnerabili, siamo finiti, tutte le cose finiranno, ma questo ci dimostra ancora una volta che il percorso dentro il quale noi siamo non è già scritto: noi possiamo fare la differenza. Non possiamo delegare a nessuna autorità esterna il senso delle nostre scelte. Quindi proprio l’idea radicale di libertà che anche Camus difende”;

La diade di Monod diventa una triade: caso, necessità e libertà.

“La diade di Monod diventa naturalmente una triade se tu innesti Camus. È un’operazione che nasce dalla loro fusione. Una fusione che poi è reale nel senso che loro erano davvero amici e avevano un’intesa fortissima. È tutto plausibile nel senso che loro quel libro non lo hanno scritto, ma lo avrebbero potuto scrivere. Ovviamente tutto il contenuto è mio, però ci trovi dentro addirittura parafrasi di cose meravigliose che loro hanno scritto, mentre altre le ho aggiunte io. Il gioco è quello di capire quanto c’è di mio e quanto c’è di loro. Ovviamente mi assumo io la responsabilità. Monod stesso in ogni caso dice in alcune interviste e lo accenna ne Il caso e la necessità che il suo è un pensiero scientifico, è una visione scientifica del mondo, ma che il senso che noi possiamo dare a questa marginalità della presenza umana nel cosmo non può che essere filosofico, umanistico e politico, e in questo Monod dice di aderire totalmente alla filosofia esistenzialistica di Camus. E nella filosofia esistenzialistica, in particolare in quella di Camus, il tema della libertà è centrale, insieme con la rivolta che è la forma che assume la libertà. Quella di Rieux, il medico de
La Peste, è la rivolta laica al male del mondo, al male insensato del mondo. Poi c’è un gioco che è quello legato alla cultura greca che mi piaceva molto. Monod prende la via de Il caso e la necessità da un frammento apocrifo di Democrito: “Tutto ciò che vediamo in natura è frutto del caso e della necessità”. Lo reinterpreta in chiave scientifica moderna. Operazione che anche l’amico Camus fa spesso. Anche Camus aveva questa idea della grecità come luogo di origine del pensiero occidentale, e del suo pensiero meridiano. Anche questo li accomunava. Il passaggio ulteriore è stato questo: se loro avessero scritto un libro insieme, probabilmente lo avrebbero fatto a partire da un testo dall’antichità; mi è venuto naturale pensare che potesse far parte di quel filone dell’atomismo, che va da Democrito a Epicuro, fino alla sua interpretazione meravigliosamente poetica in Lucrezio. Quindi ho pensato di far riscrivere a loro Lucrezio, che si presta benissimo, attualizzandolo. Nel libro loro sono d’accordo con Lucrezio, lo aggiornano, lo reinterpretano. Solo su un punto sono in disaccordo con lui: il tema dell’atarassia. Mentre per Epicuro, poi per Lucrezio, il saggio che riesce a comprendere l’indifferenza dell’universo verso le sorti umane raggiunge una condizione di privazione di turbamenti, dunque di imperturbabilità quasi divina, Camus, e su questo Monod gli va dietro, la pensano diversamente. Nessuna imperturbabilità o atarassia, noi possiamo raggiungere la nostra rivolta, la nostra libertà, possiamo addirittura sentirci solidali e felici, come nonostante tutto lo è Sisifo, ma è pur sempre una felicità umana, imperfetta, screziata, incompleta, venata di inquietudine. Motivo per cui poi ho aggiunto la parte finale, che è tutta mia, in cui Monod può dire che il vero Sisifo è lui, lo scienziato. Inquieto, sempre alla ricerca di qualcosa e felice di essere sempre alla ricerca
di qualcosa, di porsi sempre una nuova domanda”;

Le sfide alla finitudine: l’ambivalenza del DNA.

Dovendo immaginare sfide possibili alla finitudine Monod avrebbe sicuramente scelto il DNA. Il caso e la necessità è stato un libro anticipatore perché Monod è stato uno dei primi a capire questo elemento paradossale. Nel 1960, anno in cui loro scrivono il libro, il DNA è stato scoperto da poco e si sapeva ancora poco di tutte le connessioni tra DNA e sintesi delle proteine. Eravamo agli inizi della biologia molecolare. Monod capisce che il DNA è ambivalente, è una delle radici dell’ambivalenza di tutti i fenomeni naturali: una
molecola la cui conformazione la rende stabile, quindi affidabile, e al contempo è il suo contrario perché muta, accumula errori. La trasformazione, la mutazione, a sua volta ha una ulteriore ambivalenza, è sia positiva che negativa. La mutazione è rottura nella continuità della trasmissione genetica, è combustibile del cambiamento evolutivo, ma è anche il meccanismo che può far impazzire le cellule, che le fa duplicare in modo incontrollato nel cancro. Quindi il Giano bifronte della mutazione è l’ennesima manifestazione dell’ambivalenza amorale della natura. In questa invarianza mi sembrava naturale che loro provassero a sfidare la finitudine. Sanno di far parte di un grande flusso, di una grande filigrana di trasformazione biologica, ma si accorgono che è una sfida limitata, perché noi, come la punta di un compasso, siamo comunque autocentrati. Quello che ci fa soffrire è la finitudine di noi come individui, che non permaniamo certo nel
DNA. Si tratta quindi di una ben magra consolazione pensare che il DNA prosegue e che i nostri geni sono virtualmente eterni. Il gioco è venuto naturale: in questo modo Monod racconta nel libro, ma soprattutto nei dialoghi con Camus, le sue ricerche. Mi piaceva, infatti, che il lettore si immedesimasse in Camus, che conosce la scienza ed è piuttosto scettico, e che quindi si fa portavoce del lettore. Un lettore che non capisce, anche
perché gli argomenti di Monod non sono semplici. Camus dunque chiede, insiste, lo incalza, lo contesta. Monod rispondendo spiega, racconta. Quindi è anche un libro di divulgazione scientifica a suo modo, nel senso che poi ci ho messo dentro un sacco di temi biologici: il modello dell’operone, la sintesi delle proteine, la regolazione genica, ecc”;

Monod, spiega, racconta e, persino, disegna per Camus.

Ho pensato a Monod che vince il Nobel nel 1965, cinque anni dopo l’anno in cui ho immaginato il libro. La grande accelerazione delle scoperte si registra dal 1956 in avanti. Mi sarei aspettato, come succede sempre nella scienza, che Monod e gli altri che scoprirono il modello dell’operone (con repressore, induttore, geni strutturali, geni regolatori, etc.), avessero fatto uno schema o un disegno a mano. Ho cercato negli archivi, ho chiesto anche ai maggiori esperti, ma nessuno li ha visti. In effetti non è mai stato pubblicato nulla. La
cosa più vicina al punto di origine è una grafica che Monod fa fare al Pasteur in occasione del Nobel. Si sta preparando a fare il discorso a Stoccolma e nei mesi precedenti butta giù questo schema che è la prima formalizzazione della loro grande scoperta. Allora ho deciso di far spazientire Camus davanti a tutti questi termini tecnici e di fargli chiedere a Monod un disegno. Non avendo trovato l’originale, sono andato a vedere la grafia originale di Monod. Ci sono alcuni schemi e lettere firmate. Ho preso la grafica che fece fare prima
del Nobel e l’ho fornita a un valente disegnatore, che si chiama Antonio Molino e che ci ha aiutati per il libro, chiedendogli di immaginare come Monod avrebbe potuto disegnare il tutto, in francese ovviamente. Molino ha ripreso la grafica, l’ha reinterpretata con la grafia di Monod. Come il libro, quel disegno non è originale, ma ha tutti i crismi della plausibilità. Lo avrebbe potuto disegnare cosi. Mancano i ribosomi che sono stati scoperti dopo, filologicamente è quello che Monod sapeva nel 1960″;

Non ci crea dispiacere non aver partecipato al tempo passato, ma ci turba non esserci nel futuro. Il passato, inoltre, è stato caratterizzato da libertà e contingenza. Le cose potevano andare diversamente ed è così anche per il futuro. Le nostre scelte incidono.

“Il filo è proprio questo. L’argomento dell’asimmetria già in Epicuro e nella scuola epicurea, poi in Lucrezio, e dovrebbe essere un elemento a favore dell’atarassia e dell’irrilevanza della morte. Non dobbiamo aver paura della morte perché quando ci siamo noi non c’è lei, quando c’è lei non ci siamo noi. Tra i vari argomenti che adduce Epicuro e che Lucrezio ribadisce, c’è proprio quello relativo al fatto che come non ci dispiace non aver partecipato al passato, allo stesso modo, non dobbiamo preoccuparci del futuro e di quando non ci saremo più. Camus scrive in alcuni passaggi de L’uomo in rivolta e de Il mito di Sisifo che sul piano razionale astratto l’argomentazione funziona, ma che questa sarebbe una felicità delle pietre, una felicità astratta e sterile, troppo razionale e poco umana. Mi piaceva che nel loro libro loro dicessero che in realtà c’è una ragione per cui a noi non dispiace la nostra assenza nel passato, mentre ci dispiace l’assenza nel futuro, e cioè che sussiste un’asimmetria che Epicuro e Lucrezio non considerano. Il futuro ha avuto nel suo passato noi. Il passato no. Il futuro è diverso dal passato, quindi non è simmetrico. Da qui la conclusione mia, cioè che noi non possiamo far finta di poterci astrarre dal nostro punto di vista e quindi è naturale che ci dispiaccia di non poterci essere nel futuro. Ulteriore elemento interessante: come il passato è stato attraversato da elementi di libertà intrinseca, di contingenza, di biforcazioni, così sarà anche il futuro. Questa è un’altra asimmetria di cui tener conto, la cui negazione conduce scarso coinvolgimento politico dell’individuo, presente nell’epicureismo. Camus non è d’accordo e dice di sapere di essere insignificante, ma siccome il futuro è contingente come lo è stato il passato, allora le scelte individuali possono fare la differenza. Ciascuno può essere un punto di biforcazione, può rassegnarsi o ribellarsi, può difendere i propri diritti, stare con i più forti o con i più deboli.
Questo fa la differenza e sposta il gioco rispetto al futuro. Su questo si basa la libertà, la responsabilità, il dovere della rivolta, come lo chiama Camus. Se tu leggi Il caso e la necessità alla fine Monod dice: siamo zingari nell’universo, ma c’è un regno delle idee che possiamo costruire e quello sta a noi. Monod ha seguito l’amico Camus”;

Altro tema presente nel libro: la pandemia. Come abbiamo affrontato a livello psicologico, di percezione, lo scenario dell’ultimo anno? Qual è il nostro rapporto con la scienza?

“Covid19 è ben presente nel libro. Mi ha fatto gioco avere l’autore de La peste, che tutti abbiamo riletto in questi mesi, quindi avevo questa prima lente di interpretazione. Poi mi immagino che i due reinterpretino Lucrezio, il cui capolavoro finisce con la potente descrizione della peste in Atene. Avevo due livelli, quello di duemila anni fa e quello di Camus in cui ci sono somiglianze e continuità fortissime, due chiavi di lettura per
quello che è successo nello sciagurato 2020. È tornata la personificazione della natura, l’idea che tutto questo sia stato una punizione, un castigo naturale che sostituisce quello divino, spostandolo su un altro piano ma mantenendo la modalità animistica. Il male del mondo, il male insensato, l’agente patogeno che ci attacca: la natura è ambivalente, non è una persona, i giudizi morali li diamo noi, che siamo parte della natura. Quello che succede non va letto nella categoria della colpa, ma della responsabilità. Se agisco in un certo modo mi devo aspettare certi tipi di conseguenze nel sistema di cui sono parte. Essere responsabili vuol dire capire gli effetti delle proprie azioni. Quanto è successo quest’anno è l’ennesimo esempio dell’incapacità degli esseri umani di essere responsabili e lungimiranti. Incapacità di capire davvero quali possono essere le conseguenze della devastazione ambientale, delle deforestazioni, dello sfruttamento degli animali esotici. Certo, le pandemie ci sono sempre state. Quando ci colpiscono ci trovano sempre impreparati e quando se ne vanno tendiamo a dimenticare, come scrive Camus nella chiusa de La Peste.
Questo sarà il grande tema del 2021, quando con i vaccini ne saremo usciti. Quanto ci metteremo a rimuovere, ridimensionare, relativizzare quello che è successo? Monod poi ci insegna a guardare gli esseri viventi come macchine biologiche. Dobbiamo capire che il nemico che abbiamo davanti ha una sua logica evolutiva e se tu lo vuoi sconfiggere non puoi pensare di non capire la sua logica evolutiva. La logica è caso e necessità: mutare, proliferare, trasformarsi. Nel caso dei virus, trasformare le cellule degli altri in veicolo
di diffusione. Il virus fa il suo gioco evolutivo e purtroppo per noi lo fa molto bene e lo fa da tanto tempo. Monod, se rileggiamo Il caso e la necessità, ci dà una chiave di lettura straordinaria per capire cos’è una pandemia. È un processo co-evolutivo in cui è nato un nuovo agente patogeno per ricombinazione genetica. Il nostro sistema immunitario non lo conosceva e adesso siamo in quella fase in cui lui ha un grosso vantaggio su di noi. Se non avessimo vaccini, medicina e igiene ci metteremmo molto tempo, molte perdite umane, maggiori di quelle avute, per adattarci a questo agente patogeno. Per fortuna, come
Monod avrebbe detto, la medicina ci regala una scorciatoia per venirne fuori molto prima. Qui però c’è un problema, aggiunge Monod: noi ci rivolgiamo alla scienza e alla tecnologia solo quando ne abbiamo bisogno. Abbiamo un atteggiamento intrinsecamente magico e utilitaristico. Ha ragione. La tecnologia funziona perché fa quello che mi serve. Poi non mi chiedo chi l’ha fatta, perché, cosa c’è dentro. Stesso atteggiamento verso la scienza: Monod è polemico con questo approccio utilitaristico perché ritiene che scienza e tecnologia non sono soltanto strumenti: sono modi di pensare e di agire che cambiano il mondo. La scienza sa essere dirompente, smuove mondi e credenze, è sacrilega, scrive Monod. Devi accettare quello che ti dice anche quando ti fa capire, scomodamente, che siamo zingari nell’universo, vulnerabili e marginali in un universo che non è fatto per noi. Penso che sia un insegnamento prezioso per interpretare questo anno luttuoso”.

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