La politica un passo #avanti

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Palazzo Montecitorio
Palazzo Montecitorio Camera dei Deputati
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Ogni cambiamento nello scenario politico, specialmente nei sistemi parlamentari, da cui scaturisce un cambio degli assetti istituzionali di una nazione, ha portato il segno di un leader o di un partito che si è incaricato di rompere gli schemi fino a quel momento consolidati. La rinnovata speranza di una pace in terra di Palestina ad esempio si è riaccesa grazie al gesto forte del “falco” Sharon, che con la sua Kadima, ha rotto il fronte della destra conservatrice e, anche se quel processo si è rallentato fino ad interrompersi, causa la malattia dell’ex generale d’Israele, chiunque vorrà riannodare i fili della speranza non potrà che ripartire da quel punto. In Italia per altri versi, a sparigliare le carte furono Berlusconi e Fini nel 1993, i quali, se pur restando nell’ambito del parlamentarismo, sbloccarono un sistema, l’uno rompendo l’arco costituzionale, l’altro costruendo una destra “alleabile” e governante. Anche in questo caso il processo d’innovazione si è impantanato e, di fatto, oggi l’Italia si trova d’innanzi ad un nuovo bivio per completare e rilanciare gli assetti politico-istituzionali, senza i quali non vi sarebbe alternativa altra al governo dei tecnici.

La particolare condizione in cui ci troviamo però, ci riporta indietro di 20 anni, allorquando non vi era una destra politica alleabile, che rendeva il sistema sbilanciato e stagnante. La pregiudiziale esterna che voleva il Movimento Sociale fuori gioco, oggi per certi versi si ripropone, per volontà delle stesse formazioni politiche che al fronte destro si richiamano, le quali, schierandosi sul versante antieuropeo, antieuro, e sostanzialmente antisistema, ripropongono una versione ancor più deleteria dell’arco costituzionale, riportando la destra italiana ad una regressione ideologica e culturale antecedente alla segreteria del Msi di Michelini.

Inserita in un contesto europeo e globale però, nessuna nazione, tantomeno l’Italia, può permettersi che una così consistente area elettorale si autoescluda dalla competizione per il Governo, ancor più quando movimenti qualunquisti come il Movimento Cinque Stelle, ingrossano le proprie fila, sulla scorta delle oggettive difficoltà che incontrano tutti i partiti che al governo si trovano.

Di ciò non si giova neppure il Partito Democratico, il quale, unico reale riferimento nazionale, subisce scossoni e scissioni a sinistra, soprattutto da quella sinistra che, chiamata alla prova del governo si è sempre dimostrata incapace di reggere l’urto, preferendo scorciatoie estremiste, tanto inutili quanto povere di consensi, vedi sinistra arcobaleno e l’incapacità dei civatiani di raccogliere il minimo di firme necessarie per presentare qualche referendum.

Il punto di crisi sistematica più acuto però lo si ha in quello che una volta rappresentava un elemento di equilibrio, ossia il centro ed il centrodestra, l’area liberaldemocratica, liberale, repubblicana, nazionale e socialista riformista, in piena crisi di rappresentanza. Si perchè, per quanto il ceto medio negli anni si sia assottigliato, soprattutto per le mancate riforme economiche e sociali, vi è ancora una vasta area culturale ed elettorale che, continuando ad essere spina dorsale della produzione, non vede equivalente rappresentanza nelle istituzioni.

A rappresentare ciò ha provato Matteo Renzi, cambiando pelle al Pd, ma non basta, la sua spinta, positiva ed indubbiamente innovatrice e riformista, trova ancora troppi ostacoli in un apparato incline all’autoconservazione. Alla lunga crediamo che il combinato disposto di una sinistra scissionista e sindacalizzata, parimenti alla nascita di un fronte destro che rinuncia al governo, sia nella versione neo leghista che in quella nazionalista della Meloni, in egual misura bilanciati da uno spappolamento dell’area liberale, nazionale e repubblicana, finisca per schiacciare e travolgere il renzismo della prima ora che così tante speranze aveva dato al Paese.

Per scongiurare questo e rilanciare il sistema, serve uno scatto che rompa l’attuale agonia e si incarichi di rompere questo processo in atto, finchè si è ancora in tempo. Lo scatto può essere azionato solo da destra, da quei vasti settori, illusi e delusi, che avevano trovato casa nel progetto iniziale di Forza Italia ed Alleanza Nazionale, , i quali, sugli spunti che Renzi offre ogni giorno, dalle riforme istituzionali al taglio delle tasse, dalla scuola al posizionamento dell’Italia sul fronte euro-mediterraneo, dovrebbero inserirsi, al fine dirilanciarne il senso, innervando con ancor più forza la loro spinta innovatrice nel merito delle questioni e non cercando pervicacemente scuse per rifugiarsi in una sterile opposizione di maniera.

Appurato che l’area populista e qualunquista è abbondantemente occupata, sia a destra che a sinistra, occorre costruire un movimento di contenuti e di avanzamento delle condizioni politiche, che sfoci in una più vigorosa capacità governativa di incidere nella società e nell’accompagnare i necessari cambiamenti.

#Avanti è la parola d’ordine che dia il coraggio per fare ciò che tutti vorrebbero e sanno sarebbe la cosa giusta, ma nessuno ha il coraggio di fare.

Con una legge elettorale che sarà modificata, ridando il premio di maggioranza alle coalizioni e non più alla lista, in assenza di una personalità carismatica capace di farsi carico di questa esigenza, uomini e donne di buona volontà, dal basso, dovranno incaricarsi di costruire nel Paese le condizioni per presentare una lista alle prossime elezioni politiche, che, a sostegno di Renzi, raccolga in se lo spirito di quelle culture di destra e centrodestra, nazionali, liberali, democratiche, repubblicane e sociali, che si rifiutano di morire leghiste o lepeniste.

Solo così, rompendo gli schemi, si ridarebbe una speranza, alla destra, se per destra si intende servire l’interesse nazionale, e all’Italia. Tutto il resto non è altro che nostalgismo, verso un simbolo, come nel caso degli ex An, o verso una persona, come in quello degli ex berlusconiani.