“Io credo profondamente nella macchina fotografica, nella pellicola”.
Non ha alcun dubbio, Gianni Berengo Gardin, fra gli ultimi maestri italiani
della fotografia di reportage e indagine sociale; ligure di nascita, veneto d’adozione, che, a 91 anni, ha ancora tantissimo da dire e da insegnare.
“Non è che ce l’abbia con la fotografia digitale – continua -, ma mi infastidisce il photoshop perché altera la realtà: non dice il vero!”.
Nell’area del MAXXI di Roma riqualificata da una vecchia caserma, fino al 18 settembre 2022, l’antologica “L’occhio come mestiere”, a cura di Margherita Guccione e Alessandra Mauro, rappresenta un patrimonio visivo unico. Un racconto che si snoda lungo oltre 150 fotografie, che ripercorre 70 anni di fotografia attraverso alcuni nuclei tematici.
Così, Gardin, da sempre dietro le quinte, per l’occasione ricorda quanto può essere rivoluzionaria una foto. E tra quelle più note, quelle meno e quelle completamente inedite, le sue narrano soprattutto dell’uomo, attraversando l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri.
Il fotografo, lungi dall’essere artista, è “testimone del suo tempo” e lavora al servizio di un’analisi collettiva della storia: una dopo l’altra, la mostra, pur non cronologicamente, sviluppa una sequenza narrativa continua, come un unico, grande progetto dedicato alle persone, protagoniste sempre, in posa o no. Incrociando quei volti, emerge la continuità di Gardin nel guardare la realtà, creando rimandi al di là del “qui e ora”: si esplora l’umanità nella sua dimensione sociale, fotografandola con curiosità e rispetto. Il maestro, per sé, avoca il ruolo di “osservatore partecipante” e l’occasione romana è ghiotta sia perchè offre una riflessione sui caratteri peculiari della sua ricerca, sia perché può aiutare a ripercorrere le tappe fondamentali della storia patria: la Milano dell’industria e delle lotte operaie; gli ospedali psichiatrici (sue le foto nei manicomi che contribuirono all’adozione della legge Basaglia) e i borghi rurali; l’Aquila del terremoto e lo stesso MAXXI ancora in costruzione.
Sempre coerente con se stesso, l’ “artigiano” Berengo Gardin (“Sono un fotografo naïve, ho una cultura limitatissima e ho lavorato con le mani in camera oscura per cinquant’anni, dalla mattina alla sera”, dice di sè) ha costruito la sua poetica immedesimandosi e narrando il suo tempo.
Quelle immagini, volutamente in “bianco e nero”, hanno un valore poetico e politico assieme, e questa personale rilegge la sua lunghissima carriera, segnata da una forte e consequenziale idea di fotografia-documento, in una modalità che rifugge tanto la manipolazione quanto la neutralità. Perché se la documentazione è onesta, essa diventa un atto “estremamente nobile”.
Il percorso espositivo è introdotto, sulle scale, dalle grandi illustrazioni a parete di Martina Vanda, ispirate ad alcune foto iconiche e finisce con la riproduzione della biblioteca dallo studio di Berengo Gardin a Milano: per lui, luogo di riflessione e di elaborazione.
Inoltre, attraverso la scansione di un QRcode è possibile essere accompagnati dalla viva voce del maestro, che racconta aneddoti e ricordi legati alla sua vita personale e professionale. Si tratta di una serie di podcast che il MAXXI dedica a fotografi, artisti e architetti presenti nella Collezione del Museo.
La mostra è realizzata in collaborazione con Contrasto, FondazioneForma per la Fotografia e Archivio Gianni Berengo Gardin.
Info: www.maxxi.art; www.maxxi.art/events/gianni-berengo-gardin-occhio-come-mestiere/



















