Draghi al Quirinale? Una garanzia nell’interesse nazionale

L'analisi di Andrea Titti sulla figura di Mario Draghi le strategie politiche dell'area liberaldemocratica e la prospettiva delle elezioni al Quirinale

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Mario Draghi e Mario Monti

Alle soglie del semestre bianco inizia il toto Quirinale, ed il nome apparentemente più gettonato è quello di Mario Draghi. Ma non tutti i pubblici estimatori del Presidente del Consiglio stanno davvero lavorando a questa ipotesi che, lo diciamo subito, per profilo e prospettiva, sarebbe la migliore garanzia per il posizionamento del’Italia nel consesso internazionale.

Nella frastagliata galassia centrista infatti, sta facendo capolino, data l’assenza di un leader riconosciuto capace di federare tutte le sigle presenti, l’ipotesi di prolungare il soggiorno del Premier a Palazzo Chigi, almeno fino al 2023, con la speranza di farne un vero e proprio player politico, a capo di una lista Draghi, che si candidi alle prossime elezioni.

Un progetto che viaggia sotto traccia per ora, ma che risolverebbe ogni problema per tutti quei soggetti politici che oggi si dicono alternativi a destra e sinistra, ma che in realtà non riescono a staccarsi dalle proprie case madri, per assenza di leadership condivisa e forza elettorale autonoma.

Draghi rappresenterebbe un federatore ideale per l’area liberaldemocratica: sulle sue capacità di governo non ci sono dubbi. Senza la sua presenza e la sua azione  infatti, la continuità dell’attuale Governo con l’ultimo esecutivo Conte sarebbe pressochè totale. Ma chi pensa di trovare nell’ex Presidente della BCE una facile scorciatoia, forse dimentica l’infausta parentesi di Mario Monti, non tanto come Premier, ma soprattutto come guida politica.

Pensare a Draghi come il salvatore dei partiti, più che ad un salvatore della Patria,  è molto pericoloso, prima di tutto perché Draghi non è Monti, e difficilmente si presterebbe ad una operazione di corto respiro come quella di fare il capo di piccoli partiti in crisi di progetto e di consenso. In secondo luogo, gli elettori hanno già dato ampia prova di rifiutare fermamente ogni proposta che li veda nel ruolo marginale di ratificatori di accordi ed equilibri costruiti tutti nel palazzo.

Draghi non è Monti, per questo la sua figura va preservata, affinchè serva all’Italia e non ai partiti. Il Presidente del Consiglio lo scelgano dunque gli elettori, mentre ai partiti va il dovere di scegliere il Presidente della Repubblica, successore di Mattarella, il quale già si è detto indisponibile a forzati prolungamenti del suo mandato. Visto che il calendario impone la scelta del Presidente della Repubblica ad inizio 2022, e che molte delle emergenze per cui l’attuale Governo è stato chiamato, saranno superate, in primis la vaccinazione e la stesura del PNRR, il percorso ci appare segnato, sempre che la bussola resti l’interesse nazionale e non la sopravvivenza politica di qualcuno.

Mario Draghi sarebbe il migliore Presidente della Repubblica che l’Italia possa esprimere ad oggi, capace di interpretare, forse per la prima volta, un rinnovato protagonismo italiano in Europa, non più a rimorchio di un logorato asse franco-tedesco, ma nel segno dell’autonomia e dell’autorevolezza nazionale. Draghi non è ascrivibile di certo ne agli antieuropei, ne tantomeno ad una internazionale sovranista in via di ridefinizione, ma sia durante l’esperienza a Francoforte che a Palazzo Chigi, ha dato dimostrazione di saper prendere posizioni svincolate e contrapposte rispetto al rigorismo economico tedesco ed allo sciovinismo geopolitico francese, entrambi ben mascherati da europeisti , mostrando spesso di vincerle le battaglie con gli interessi dominanti nel vecchio continente, non sempre amici dell’Italia e dell’idea originaria di Europa.

Draghi al Quirinale quindi, non per mummificarsi nello stantio ruolo di arbitro delle contese interne alla politica politicante, ma nel nome di un progetto nazionale che proietti il nostro Paese in Europa e nel mondo come un soggetto federatore, di interessi e popoli, fin qui marginalizzati. Draghi al Quirinale per guidare in prima persona, in tempi ragionevolmente brevi, l’intera Unione Europea.

Se a Febbraio l’Italia lanciasse un simile messaggio dal suo Colle più alto, forte e unitario, ci si potrebbe recare in pochi mesi alle urne, per lasciare agli italiani il compito di ridisegnare gli equilibri parlamentari, dandoci una maggioranza chiara e coerente. Sarebbe davvero l’inizio della III Repubblica.

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