IL “TIRO” DEL MUSICISTA TRA ETICA, STUDIO E IDENTITÀ ARTISTICA.

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“Lo Zen e il Tiro della Batteria”: il nuovo saggio di Alberto Argirò che indaga la filosofia nascosta del musicista

A cura di Ilaria Solazzo

È disponibile dal 5 giugno 2026 la nuova edizione di Lo Zen e il Tiro della Batteria: Percorso etico, artistico e professionale nella formazione del musicista, il saggio firmato dal batterista e docente italiano Alberto Argirò, pubblicato in formato Independently published e distribuito a 26 euro per 89 pagine di riflessione, tecnica e visione artistica.

Un’opera che si colloca a metà strada tra manuale formativo e trattato filosofico sulla musica, e che tenta di rispondere a una delle domande più ricorrenti — e allo stesso tempo più elusive — nel mondo dei musicisti: “Ha o non ha il tiro?”

Una domanda apparentemente semplice, che però, secondo Argirò, racchiude l’intero universo dello studio, della disciplina e della maturazione artistica. Il “tiro”, nel suo approccio, non è soltanto una qualità tecnica, ma una sintesi di consapevolezza, ascolto, controllo emotivo e identità musicale.

Il “tiro” come filosofia del musicista

Nel libro, Argirò propone un vero e proprio viaggio dentro la formazione del musicista, intesa non solo come accumulo di competenze tecniche, ma come percorso etico e mentale. L’obiettivo non è fornire risposte definitive, ma avvicinare il lettore a una comprensione più profonda del gesto musicale e del suo significato.

Il saggio si rivolge sia ai musicisti professionisti sia a chi si avvicina per la prima volta allo strumento, ma anche agli ascoltatori, invitati a leggere la musica come processo umano prima ancora che artistico.

Un musicista tra esperienza e didattica

La solidità teorica del volume si fonda sull’ampio percorso professionale dell’autore. Alberto Argirò ha collaborato con numerosi musicisti italiani e internazionali, tra cui Stefano “Cocco” Cantini, Massimo Urbani, Michele Chiavarini, Tyrone Lee, Sheila Ford, Ramberto Ciammarughi, Marco Tamburini, Sivan Arbel, Alessandro Bravo e Francesco Bearzatti.

La sua formazione si è sviluppata attraverso la scuola del maestro Vincenzo Restuccia e successivi studi con figure di riferimento del panorama jazz internazionale come Roberto Gatto, Giampaolo Ascolese, Jimmy Cobb, Tommy Campbell, Peter Erskine e Alfredo Golino.

Un percorso culminato nella laurea di II livello in Batteria e Percussioni Jazz presso il Conservatorio di Perugia, ottenuta con il massimo dei voti sotto la guida dei maestri Alessandro Paternesi, Alessandro Marzi e Lorenzo Tucci.

Un riferimento nella didattica musicale

Oltre all’attività concertistica e di ricerca, Argirò è oggi una figura attiva nella formazione musicale. Insegna batteria presso realtà come l’associazione Doremilla di Magione e la Scuola di Musica Comunale di Gubbio, contribuendo alla crescita di nuove generazioni di musicisti.

La sua attività didattica si intreccia con la dimensione teorica del libro, rafforzando l’idea centrale dell’opera: la musica non è solo esecuzione, ma consapevolezza, costruzione interiore e relazione continua tra tecnica ed etica.

Una guida tra tecnica e visione

Lo Zen e il Tiro della Batteria si presenta dunque come un testo “ibrido”: visionario ma concreto, filosofico ma radicato nell’esperienza quotidiana dello strumento. Una guida che non impone modelli, ma invita a interrogarsi, a osservare il proprio rapporto con la musica e a ridefinire il concetto stesso di preparazione artistica.

In un panorama musicale sempre più orientato alla performance immediata, il lavoro di Argirò propone un cambio di prospettiva: rallentare, comprendere, e soprattutto ascoltare ciò che si cela dietro ogni singolo colpo.

Con il ritmo di una carriera costruita tra palchi, conservatori e collaborazioni internazionali, accogliamo a rullo di tamburi il batterista, docente e autore umbro Alberto Argirò, protagonista di una visione della musica che unisce tecnica, etica e consapevolezza artistica.

Nel Suo libro il concetto di “tiro” diventa quasi una chiave di lettura esistenziale, non soltanto musicale. Se dovesse spiegare a un lettore curioso ma non necessariamente musicista perché questa parola è così centrale, direbbe che il “tiro” è una qualità che si possiede, che si costruisce o che si scopre nel tempo?
“Direi che il ‘tiro’ non è nessuna delle tre cose prese singolarmente, ma un incontro tra tutte e tre. Non è un talento innato che si possiede e basta, perché senza studio e consapevolezza si spegne rapidamente. Non è nemmeno solo costruzione tecnica, perché altrimenti resterebbe qualcosa di freddo, meccanico. E non è soltanto scoperta, perché non emerge da sola senza un lavoro profondo su sé stessi. Il ‘tiro’ è piuttosto una condizione dinamica: nasce quando ciò che si è, ciò che si è diventati e ciò che si sta ancora cercando di capire iniziano a muoversi nella stessa direzione. È un punto di equilibrio instabile, vivo, che cambia nel tempo ma che, quando c’è, si riconosce immediatamente — anche da chi non sa spiegarlo”.

Con la nuova edizione e la rinnovata veste grafica del Suo libro Lo Zen e il Tiro della Batteria, cosa cambia davvero nel modo in cui il lettore viene accompagnato dentro il Suo pensiero? È soltanto un aggiornamento estetico oppure questa nuova forma visiva rappresenta anche una diversa profondità di lettura, come se il contenuto stesso avesse trovato un nuovo respiro, una nuova “pelle” attraverso cui farsi comprendere?
“La nuova edizione non è soltanto un restyling grafico, ma un ulteriore passo nel tentativo di rendere il contenuto ancora più vicino a chi legge. Il libro nasceva già con l’idea di essere un percorso, non un semplice testo tecnico, e la nuova veste grafica rafforza proprio questa direzione: accompagnare il lettore in modo più fluido, più essenziale, quasi come se la forma diventasse parte del messaggio. In fondo, anche nella musica succede la stessa cosa: non è solo ciò che si suona, ma anche come lo si dispone nel tempo e nello spazio. La grafica, in questo senso, diventa una sorta di silenzio visivo che aiuta a comprendere meglio il suono del pensiero. Non cambia la sostanza, ma ne migliora la percezione, permettendo al lettore di entrare con maggiore naturalezza nel cuore dell’idea”.

Se la Sua musica potesse oltrepassare il palco ed entrare in un museo, trasformandosi in un’opera d’arte, quale quadro sceglierebbe di essere? Non Le chiedo quale dipinto Le piaccia di più, ma quale sente capace di raccontare la Sua idea di ritmo, di movimento, di silenzio e di colore. Quale artista, più di ogni altro, riesce a rappresentare il Suo modo di vivere la batteria e perché?
“Sarei un Matisse. Non un’opera in particolare, ma il suo modo di dipingere. Perché quando guardo un Matisse sento la stessa cosa che provo quando sono dietro una batteria: il ritmo. Molti pensano che la batteria sia solo forza o velocità, ma in realtà è equilibrio, spazio, dinamica. Matisse faceva lo stesso con i colori. Togliendo il superfluo riusciva a far vibrare ogni forma, proprio come un batterista sceglie quando colpire e, soprattutto, quando lasciare il silenzio. Le sue linee sembrano semplici, ma sono il risultato di una ricerca profonda. Anche un groove funziona così: può essere essenziale, persino minimale, eppure raccontare moltissimo. Ogni colpo dialoga con quello successivo, come ogni colore dialoga con gli altri sulla tela. C’è poi un altro aspetto che mi affascina: Matisse non dipingeva solo immagini, dipingeva movimento. Le sue figure sembrano danzare, respirare, seguire una pulsazione invisibile. Io quella pulsazione la cerco ogni volta che suono. Per me la batteria non accompagna soltanto la musica: le dà un battito, un respiro. Ecco perché sceglierei Matisse. Perché, in fondo, lui dipingeva il ritmo e io provo a suonare il colore”.

Se oggi il mondo è diventato un’unica grande piattaforma, in cui la musica non vive più soltanto nei palchi, negli studi di registrazione o nei dischi, ma si diffonde e si reinventa continuamente attraverso i social media come TikTok e Instagram, secondo Lei che tipo di trasformazione irreversibile sta vivendo il pianeta musica? In che modo questa esposizione costante, questa accelerazione del consumo e questa frammentazione dell’ascolto hanno cambiato non solo il modo di produrre e diffondere musica, ma anche il suo significato più profondo per chi la crea e per chi la ascolta?
“Oggi la musica non è più un luogo, ma un flusso. Non entra in una stanza: attraversa schermi, si spezza in frammenti, rinasce in contesti che l’artista non può più controllare del tutto. I social hanno trasformato il suono in qualcosa di immediato, quasi istantaneo, dove spesso non vince ciò che è più profondo, ma ciò che riesce a catturare l’attenzione nei primi secondi. Eppure, non lo considero solo un impoverimento. È anche una nuova forma di esposizione del mondo musicale: più democratica, più caotica, ma anche più aperta. Un artista oggi non parla più a un pubblico statico, ma a milioni di micro-ascoltatori che reagiscono, rielaborano, remixano. Questo ha cambiato anche il significato del creare musica: non si compone più soltanto per essere ascoltati, ma per essere attraversati, condivisi, reinterpretati. In questo senso, la musica è diventata meno monumento e più organismo vivente. Il rischio è perdere profondità. La possibilità è moltiplicare le voci. E il punto, forse, non è scegliere tra le due cose, ma imparare a restare fedeli a un’identità sonora anche dentro un mondo che cambia forma ogni giorno”.

Se dovesse tradurre la Sua filosofia di vita — questo Suo essere profondamente attaccato all’esistenza e il Suo viverla come un continuo carpe diem, come una successione di istanti da cogliere e non rimandare — in una sorta di “regola non scritta” che guida ogni Sua scelta quotidiana, come descriverebbe questo modo di stare al mondo? E quanto questa urgenza di vivere pienamente il presente influenza non solo le Sue decisioni personali, ma anche il Suo modo di pensare al futuro, che per molti è pianificazione mentre per Lei sembra essere soprattutto intensità del presente?
“La mia vita non è costruita sull’attesa, ma sull’attraversamento. Non riesco a concepire il tempo come qualcosa da consumare lentamente in funzione di un domani migliore: per me il domani è una conseguenza diretta di quanto riesco a vivere oggi. Questo non significa vivere in modo impulsivo o disordinato, ma riconoscere che ogni istante ha un valore irripetibile. Il mio carpe diem non è uno slogan, è una postura mentale. Significa non rimandare ciò che sento vero, non delegare al futuro ciò che posso trasformare nel presente. È un modo di restare attaccato alla vita non per paura di perderla, ma per rispetto della sua intensità. E paradossalmente, proprio questo vivere “qui e ora” mi permette di avere una visione più lucida del futuro: perché non lo idealizzo, non lo aspetto come salvezza, ma lo costruisco come conseguenza naturale di una serie di presenti vissuti fino in fondo”.

Se dovesse scegliere un personaggio del mondo Disney che possa rappresentare, anche solo in parte, la Sua identità umana e musicale, non tanto per estetica ma per attitudine, visione del mondo e modo di affrontare le difficoltà, quale direbbe che Le somiglia di più e per quali ragioni profonde?
“Io mi vedo molto come Topolino della Disney. Non tanto per l’immagine più immediata e ingenua che spesso gli viene attribuita, ma per ciò che Topolino rappresenta davvero: curiosità e una forma costante di ottimismo attivo. Topolino non è mai passivo davanti agli eventi, ma li attraversa con una sorta di energia creativa che trasforma gli ostacoli in movimento. In questo senso lo sento vicino al mio modo di vivere la batteria. Anche il batterista non è mai al centro in senso tradizionale, ma è il motore silenzioso che tiene insieme il tutto, che reagisce, sostiene e rilancia. Come Topolino, che spesso sembra piccolo rispetto al mondo che lo circonda, ma è proprio nella sua costanza e nella sua intelligenza emotiva che trova la sua forza. C’è poi un’altra affinità: Topolino è ritmo. Nei suoi movimenti, nelle sue reazioni, nella sua capacità di adattarsi, c’è qualcosa di estremamente musicale. È un personaggio che “ascolta” il mondo e risponde, proprio come fa un batterista dentro una band. E forse è questo il punto comune più profondo: entrambi non cercano di dominare la scena, ma di farla funzionare. E nel farla funzionare, la fanno vivere”.

Se dovesse ridurre il Suo attuale senso della vita ad una sola direzione interiore, a un principio guida capace di orientare ogni scelta, ogni errore e ogni ripartenza, come lo definirebbe oggi? E quanto questa ricerca di autenticità personale, questo “cercare di essere se stessi” in modo radicale e quotidiano, influenza il Suo modo di vivere la musica e il Suo rapporto con il suono?
“In questo momento il mio senso della vita è molto semplice da dire e molto difficile da praticare: cerco di essere me stesso. Non nel senso statico di un’identità già definita, ma come un processo continuo di sottrazione. Tolgo ciò che non mi appartiene, ciò che è imitazione, ciò che è rumore esterno, per restare vicino a una verità che cambia ma che, in fondo, riconosco sempre. Questo vale anche nella musica. Dietro la batteria non cerco mai di diventare qualcun altro, né di inseguire un modello. Cerco piuttosto un punto in cui il gesto diventa naturale, non forzato, quasi inevitabile. Quando succede, non sento più il “suonare”, ma semplicemente l’essere dentro ciò che faccio. Essere se stessi, per me, non è un traguardo. È un esercizio quotidiano di coerenza e ascolto. E spesso è anche il modo più silenzioso, ma più potente, per dire qualcosa di vero”.

“Nel silenzio teso tra un colpo e l’altro non cerco forma, cerco presenza. C’è una nota sola, una soltanto, che non appartiene allo strumento ma a chi lo attraversa. Non è forte, non è veloce, non chiede attenzione. Eppure tiene insieme tutto. È la nota che non si impara, ma si riconosce. La nota in cui il batterista smette di cercare e finalmente è”, Alberto Argirò.

La scelta di intervistare Alberto Argirò nasce dalla volontà di approfondire una figura che rappresenta oggi uno dei punti di riferimento più solidi e consapevoli nel panorama musicale e didattico umbro. La sua esperienza, che unisce attività concertistica, ricerca artistica e un’intensa vocazione pedagogica, lo rende un interlocutore privilegiato per comprendere non solo le dinamiche tecniche della batteria, ma anche la dimensione più profonda e formativa del fare musica.

In un momento storico in cui il linguaggio musicale rischia spesso di essere ridotto a prestazione immediata, Argirò si distingue per un approccio che mette al centro la crescita interiore del musicista, la disciplina dello studio e la costruzione di una vera identità artistica. È proprio questa sintesi tra concretezza professionale e visione filosofica che ha motivato la scelta di dedicargli spazio, dando voce a un percorso che unisce tradizione, esperienza e pensiero contemporaneo.

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