Il Sovranismo è finito, ma in Italia la partita si gioca nel centrodestra

Ogni sovranismo, come ogni populismo, si nutre di un nemico esterno, caduto il quale, viene a mancare la sua stessa ragion d’essere. Cessato lo spettro dell’Europa “strozzina”

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epa09017751 Italian premier Mario Draghi during his address to the Senate ahead of a confidence vote, in Rome, Italy, 17 February 2021. Premier Mario Draghi and his new cabinet were sworn in before President Sergio Mattarella on 13 February 2021. The new government will face vote of confidence in the Senate on 17 February and later another vote in the lower chamber on 18 February. The executive led by the former president of the European Central Bank is a sort of government of national unity assembled to prevent the country having to hold early elections in the middle of the COVID-19 pandemic following the collapse of ex-premier Giuseppe Conte's administration. EPA/ROBERTO MONALDO / POOL

Il Sovranismo è finito ma in Italia la partita si gioca nel centrodestra

La fine del sovranismo è il dato che accomuna l’Europa e gli Stati Uniti negli ultimi mesi. Sembra un paradosso, ma la spinta propulsiva a livello globale del fenomeno sovranista si è esaurita, e l’Europa ha dato il primo e decisivo stop.
E’ stata la pandemia ad aver invertito la tendenza. La fine delle politiche di rigore finanziario, il ruolo della Banca Centrale Europea, il Next Generation Eu, sono le pietre tombali per le spinte autarchiche che fino al 2020 avevano conquistato menti e cuori dei cittadini. Ogni sovranismo, come ogni populismo, si nutre di un nemico esterno, caduto il quale, viene a mancare la sua stessa ragion d’essere. Cessato lo spettro dell’Europa “strozzina”, emerge la debolezza del concetto per cui ogni Stato possa sopravvivere da solo nell’era globale. Anche la diffusione del virus, ha dimostrato quanto l’uno contro tutti, così come l’uno vale uno, sia del tutto inadatto a raccontare il mondo di oggi, soprattutto per i sistemi più fragili come quelli italiana.
E’ la prima volta negli ultimi decenni in cui è l’Europa a dettare il cambio di tendenza e non a subirlo, anche se sarà la caduta di Donald Trump, primo alfiere del sovranismo mondiale, a dare i suoi effetti nel medio e lungo termine.
Il Governo Draghi rappresenta uno di questi effetti, il primo e più tangibile, perché avvenuto in un grande Paese come l’Italia, che fu l’unico caso in cui dopo le elezioni del 2018, il governo andò nelle mani di due partiti che si professavano sovranisti e populisti. Non è un caso infatti che proprio l’esperienza italiana dei due governi Conte certifica il totale fallimento del mix sovranpopulista, nelle sue due variabili, di destra e di sinistra, gialloverdi e giallorosse.
Questo cambio interrogherà la politica italiana fino a quando saremo chiamati ad eleggere una nuova maggioranza parlamentare. E da quel che si può leggere sin da ora, si capisce quanto le risposte che gli schieramenti daranno, potrebbero essere molto diverse.
La partecipazione o meno alla maggioranza di Draghi infatti, non sarà l’unica discriminante nel ridisegno della geografia politico-elettorale, anzi, la sfida si giocherà su come ogni partito e ogni coalizione, investirà il tempo che Draghi sta facendo guadagnare alla politica.
Quale centrodestra e quale centrosinistra Draghi riconsegnerà al giudizio degli elettori. Quale spazio ci sarà per l’area moderata e riformista?
A sinistra pare abbiano già deciso. L’intergruppo parlamentare tra Pd, M5S e LEU, è l’ultimo passaggio per saldare una coalizione di pura sinistra, in cui il centro non esiste e con esso vengono condannati alla damnatio memoriae tutti gli esperimenti riformisti in quel campo.
Nel centrodestra, che gode dei favori nei sondaggi, la situazione è molto più complessa e per molti aspetti del tutto aperta a diverse soluzioni.
Prima di tutto la svolta europeista ed atlantica della Lega, almeno a parole, ha scombinato l’assetto dell’alleanza, lasciando all’opposizione Fratelli d’Italia e facendo asse con Forza Italia e le componenti centriste moderate. Chi pensa che la divaricazione di oggi, in prospettiva possa portare ad una frattura definitiva si sbaglia però. Il centrodestra affonda le sue radici nella società italiana molto più di un cartello elettorale, lo sanno bene tutti coloro che, usciti da quel campo, hanno visto naufragare ogni tentativo di riformarlo. Non ci si deve chiedere se il centrodestra sopraviverà, ma quale centrodestra si presenterà al Paese e quale sarà la sua offerta politica. Se Draghi fallirà l’egemonia di Giorgia Meloni verrà di conseguenza, se Draghi farà bene ci saranno le condizioni per un nuovo soggetto politico liberal-popolare che si candidi a guidare l’Italia, anche con la destra.
In entrambi gli scenari però, il naturale corso delle cose, porterà anche gli estremi, e quindi la stessa Meloni, ad una evoluzione politica che riporti la destra alle sue origini, non tanto quelle missine, ma quelle di un soggetto che guardi oltre, sull’esempio di quello che doveva essere e non è stato fino in fondo Alleanza Nazionale.
In tutto questo quale la funzione e lo spazio politico dell’area riformista, liberalsocialista, radicale, cattolico-democratica e ambientalista? Le opzioni sono due: la più semplice sarebbe quella di costruire un polo autonomo dal centrodestra troppo spostato a destra, e da un centrosinistra irreversibilmente massimalista. Per fare questo sarebbe necessario superare tutte le attuali realtà, a beneficio di uno sforzo generoso per costruire una nuova casa comune. Realizzato ciò, i margini per raggiungere percentuali a doppia cifra, ragionevolmente bastevoli per condizionare chiunque vada al Governo nella prossima legislatura, non sarebbero una chimera.
Ci sarebbe anche una seconda ipotesi, eretica, quasi blasfema: quella di partecipare alla rifondazione di un centro che guardi a destra, vincolandone il perimetro sul principio che unisca l’economia sociale di mercato all’affermazione dei diritti civili, nell’ambito della riaffermazione dei valori europei e occidentali. Infondo era questo il messaggio che lanciò Forza Italia nel 1994, raccogliendo il consenso di tanti socialisti e radicali, che di certo non si sono mai sentiti ne di destra ne di centro, ma rifiutavano una sinistra che, ieri come oggi, ritrova la sua identità attorno al duo tasse e manette.
Che differenza c’è in queste due ipotesi per i riformisti? Nella prima si punterebbe a condizionare l’azione di chi governerà, nella seconda ci si candiderebbe direttamente alla guida dell’Italia. La differenza sta nello scegliere la vocazione maggioritaria o la politica dei due forni.
In molti tra i riformisti prendono ad esempio l’esperienza di Macron. A tal proposito viene utile ricordare che Macron, per essere il più autorevole avversario di Marine LePen, prima ha abbandonato un Partito Socialista ritenuto condizionato dalla sinistra, poi si è rivolto agli elettori Repubblicani francesi, ridando una rappresentanza a quel mondo, di centrodestra, moderato, liberale, chiamatelo come volete, che oggi in Italia va dalla nuova Lega targata Giorgetti ad Italia Viva, passando per Forza Italia, Toti, Calenda e la Bonino.
La politica ha due anni di tempo per rispondere a queste domande, senza le quali sarà inevitabile un collasso istituzionale, al quale non ci sarà Draghi che tenga.

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